L’Europarlamento accelera sull’Ucraina, l’Italia si spacca tra astensioni e veti trasversali

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Commissione Esteri del Parlamento europeo, l’organismo noto con l’acronimo Afet, ha varato una risoluzione che promuove l’accelerazione dei negoziati per l’adesione di Kiev all’Unione, approvata con 54 voti favorevoli, 17 contrari e sole 5 astensioni. Il testo, redatto dal relatore Michael Gahler (Ppe), definisce “incoraggianti” le riforme compiute dall’Ucraina in piena guerra, specialmente per quanto concerne lo stato di diritto e la lotta alla corruzione, nonostante permangano evidenti criticità nella separazione dei poteri tra legislativo ed esecutivo.

A rendere la votazione un episodio politico di rilievo interno, però, non è tanto il risultato finale – atteso dopo il dietrofront dell’Ungheria – quanto lo spettro delle posizioni italiane, che ha visto una frattura netta all’interno dello stesso fronte governativo e di opposizione.

L’astensione di Fratelli d’Italia e il nodo della sovranità

La delegazione di Fratelli d’Italia, attraverso il proprio rappresentante, ha scelto la strada dell’astensione, motivando questa scelta con un nodo cruciale: la procedura per superare il requisito dell’unanimità nei futuri allargamenti. Nel rapporto si propone infatti che l’adesione dell’Ucraina possa essere votata a maggioranza qualificata, una novità istituzionale che a Palazzo Chigi, evidentemente, non è piaciuta.

Sebbene l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si sia sempre dichiarato a favore di una “pace giusta” e di una sinergia stretta con gli Stati Uniti – un mantra ripetuto in aula anche dall’europarlamentare Nicola Procaccini – l’idea di una corsia preferenziale per Kiev, che snaturerebbe i trattati, appare indigesta. Si tratta di un equilibrio delicato: sostenere l’Ucraina sul campo, ma senza cedere su quelle che vengono percepite come logiche di potere sovranazionale che aggirerebbero il consenso unanime dei Ventisette.

I fronti opposti del Pd e del M5s

Se la destra si è nascosta dietro un’astensione, a sinistra si è consumata una vera e propria spaccatura. Il Partito Democratico, con i voti favorevoli espressi da Nicola Zingaretti e Alessandra Moretti, ha sposato la linea dell’accelerazione, sposando la visione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen sull’allargamento come priorità geopolitica.

Dall’altra parte, il Movimento 5 Stelle ha votato convintamente contro, attraverso l’europarlamentare Danilo Della Valle, il quale ha avvertito che accelerare l’adesione di un Paese in guerra non solo è tecnicamente complesso, ma rischia di “trascinare l’intera Unione nel conflitto stesso”.

Un timore, quest’ultimo, che non riguarda solo i pentastellati, ma che trova eco anche nelle parole del leader Giuseppe Conte, il quale nei giorni scorsi aveva sottolineato come l’Ucraina presenti criticità oggettive su democrazia e corruzione – riferendosi a dati di Freedom House e Transparency – che mal si conciliano con un ingresso lampo.

La tela di Bruxelles e la questione economica

A rendere il dibattito meno ideologico e più concreto ci pensano i numeri. L’apertura formale del primo capitolo negoziale, il cosiddetto “cluster” sui fondamentali (che include stato di diritto e riforme giudiziarie), è ormai imminente: la presidenza cipriota ha già avviato i preparativi in vista della conferenza intergovernativa prevista per metà giugno in Lussemburgo. Tuttavia, mentre i funzionari di Bruxelles lodano il lavoro preparatorio “eccezionale” di Kiev, le cancellerie – da Roma a Berlino – guardano con preoccupazione al conto finale.

Assorbire un’economia di quasi 40 milioni di abitanti, con un settore agricolo competitivo e un bisogno di ricostruzione stimato in centinaia di miliardi, rischia di sconvolgere i bilanci comunitari e la politica agricola comune. La proposta del cancelliere tedesco Friedrich Merz, che ipotizza uno status di “membro associato” senza diritto di voto, è la prova che l’Europa cerca una via per accontentare Kiev senza dover aprire del tutto il portafoglio, una soluzione intermedia che, per ora, non ha convinto nessuno.

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