La protesi, il volto sfregiato e i “pizzini”: il rebus della salute di Khamenei
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Redazione Esteri
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Dalla morte del padre Ali, avvenuta durante i raid congiunti tra Stati Uniti e Israele lo scorso 28 febbraio, Mojtaba Khamenei è scomparso dalla scena pubblica; una sparizione che non ha fatto altro che alimentare una guerra parallela fatta di versioni contrastanti, fughe di notizie e propaganda orchestrata dai vertici di Teheran. A oltre un mese dalla sua ascesa – ufficialmente divenuto Guida suprema l’8 marzo – il nuovo leader iraniano si è trasformato in un’entità invisibile, un “fantasma” al vertice dello Stato, la cui esistenza stessa sembra affidata più alle indiscrezioni che ai fatti concreti. Secondo un’articolata inchiesta del New York Times, che cita ventitré fonti anonime tra attuali ed ex funzionari del regime, Khamenei sarebbe vivo ma ridotto in condizioni fisiche drammatiche: una realtà ben diversa dalla narrazione ufficiale di una leadership stabile e operativa.
L’entità delle ferite e l’attesa di una protesi
Le rivelazioni provenienti dalla stampa internazionale, sebbene filtrate attraverso il velo dell’anonimato imposto dalla paura di ritorsioni, dipingono il quadro clinico di un uomo segnato in modo indelebile dall’esplosione. Mojtaba Khamenei, che in quell’attacco ha perso gran parte della famiglia tra cui la madre, la moglie e un figlio, avrebbe riportato lesioni talmente gravi da richiedere interventi chirurgici complessi. Una delle sue gambe, sottoposta a tre diverse operazioni, sarebbe in attesa di una protesi, mentre una mano – anch’essa danneggiata – starebbe lentamente recuperando le funzioni motorie. Ma è il volto, insieme alle labbra, ad aver subito le conseguenze più devastanti: ustioni profonde che non solo ne deturperebbero l’aspetto (si parla di un “volto sfregiato”), ma che gli renderebbero difficoltoso, se non impossibile, l’uso della parola.
Proprio questa menomazione fisica, secondo gli analisti, spiegherebbe l’assenza totale di apparizioni video o di messaggi audio da parte del nuovo leader. L’ipotesi avanzata dalle fonti è che Khamenei, pur mantenendosi mentalmente lucido e capace di prendere decisioni, rifiuti di mostrarsi in pubblico per non dare l’impressione di vulnerabilità in un momento di massima tensione. A curarlo, con un dettaglio che aggiunge un ulteriore strato di singolarità a questa vicenda, sarebbero il presidente Masoud Pezeshkian (cardiochirurgo di professione) e il ministro della Salute, entrambi medici, i quali avrebbero accesso diretto al luogo segreto in cui il leader è nascosto.
Il regno dei “pizzini” e il potere ai generali
Isolato in un luogo non specificato – che secondo alcune fonti potrebbe essere la città santa di Qom – e impossibilitato a ricevere visitatori per il timore che i servizi israeliani possano tracciare i movimenti dei collaboratori, Mojtaba Khamenei ha dovuto reinventare i metodi di governo. La comunicazione, ormai, avviene esclusivamente attraverso un sistema arcaico e blindato: vengono utilizzati veri e propri “pizzini”, ovvero messaggi scritti a mano, sigillati in buste e affidati a una catena di fidati corrieri che viaggiano su moto o automobili attraverso strade statali e secondarie per eludere eventuali controlli. Questi biglietti, che partono dal covo del leader, raggiungono i vertici del regime; le risposte seguono lo stesso identico, lento percorso inverso.
Questa modalità frammentaria di esercitare il potere ha però un effetto collaterale inevitabile: lo svuotamento dell’autorità individuale a favore di un collettivo militare. Dato che Khamenei non può presiedere riunioni né parlare direttamente con i suoi sottoposti, la gestione quotidiana della guerra e delle crisi diplomatiche è passata di fatto nelle mani dei generali dei Pasdaran ( delle Guardie della Rivoluzione Islamica). Descritti da una fonte citata dal New York Times come un vero e proprio “consiglio di amministrazione” o un “board of generals”, questi comandanti – forgiati dalla guerra con l’Iraq negli anni Ottanta – stanno prendendo le decisioni chiave al posto del leader.
Un leader debole o un simbolo nelle mani dei militari?
Secondo l’analisi pubblicata dal quotidiano conservatore sudcoreano *Chosun Ilbo*, che riprende le rivelazioni del giornale americano, Mojtaba Khamenei starebbe funzionando più come un “presidente del consiglio di amministrazione” che come un dittatore assoluto. In questo nuovo assetto, i generali sono i veri membri del board, mentre la Guida suprema si limiterebbe a ratificare decisioni già prese o a ricevere comunicazioni di fatti compiuti. Un ex consigliere dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad ha sottolineato come Khamenei non si trovi “in pieno comando o controllo”, rivelando una fragilità strutturale che i nemici di Teheran potrebbero cercare di sfruttare.
Tuttavia, questa debolezza fisica non si traduce necessariamente in caos. Al contrario, la militarizzazione della leadership rende il regime forse più resiliente e certamente più imprevedibile. L’opacità totale – nessuno sa realmente dove sia Khamenei, né con precisione quanto sia grave il suo stato – serve a proteggere il sistema da un eventuale decapitation strike. Fintanto che la sopravvivenza del leader rimane un mistero, l’Iran riesce a mantenere un paravento di legittimità religiosa, anche se il pugno di ferro è ora saldamente impugnato dai comandanti delle Guardie Rivoluzionarie, che controllano i flussi informativi e strategici del paese.




