Trump ribattezza Hormuz “Stretto di Trump” e prepara la nuova coalizione mondiale per il blocco navale
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Redazione Esteri
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La cartina geografica, quella vera, quella che determina i flussi energetici e gli equilibri di potere, è appena stata riscritta con la tipica brutalità comunicativa che contraddistingue il tycoon. Donald Trump, da tempo tornato alla Casa Bianca, ha scelto il suo palcoscenico preferito, Truth Social, per pubblicare un’immagine che non ha bisogno di didascalie: lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più caldi e contesi del globo, vi appare ribattezzato “Stretto di Trump”. Nell’immagine, ripostata dal leader americano, non si vede solo il nuovo nome che sostituisce quello storico; si notano anche alcune petroliere, sventolanti bandiere a stelle e strisce, che attraversano le acque con una facilità che stride violentemente con la realtà dei fatti. Sul campo, infatti, la navigazione è quasi paralizzata, e questa rappresentazione digitale serve a proiettare l’immagine di un dominio incontrastato in una fase in cui la pressione militare e diplomatica su Teheran è ai massimi storici.
Neanche il tempo di metabolizzare la provocazione toponomastica, e l’amministrazione ha svelato il secondo tempo della sua strategia. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Washington ha già messo in moto la macchina diplomatica per costruire una nuova coalizione internazionale, un’iniziativa che è stata battezzata “Maritime Freedom Construct”. L’esistenza del progetto non è un segreto: è stata dettagliata in un cablogramma interno del dipartimento di Stato, spedito martedì scorso a tutte le ambasciate americane. Quel documento, che qui abbiamo potuto visionare tramite fonti qualificate, non lascia spazio a interpretazioni: ai diplomatici è stato ordinato di fare pressione sui governi stranieri, in cerca di adesioni, per legittimare e internazionalizzare quello che a tutti gli effetti è un blocco navale senza precedenti.
La diplomazia della forza e il conto economico del blocco
Se il gesto social del presidente punta al ribattezzare lo spazio fisico, la realtà economica racconta di un’asfissia calcolata al millimetro. Il blocco imposto dalla Marina militare statunitense, che ha già deviato la rotta di decine di navi commerciali, ha prodotto un dato impressionante: al momento ci sono 41 petroliere, cariche di circa 69 milioni di barili di petrolio, che non possono né attraccare né vendere il loro carico. Il conto per l’economia iraniana è salatissimo, pari a oltre 6 miliardi di dollari che il regime non può incassare. Le autorità di Teheran, dal canto loro, hanno parlato apertamente di “pirateria”, avvertendo che questa pazienza ha un limite e che presto potrebbe arrivare una risposta militare inedita, per usare i loro stessi aggettivi, “pratica e senza precedenti”.
In questo quadro di tensione massima, mentre le acque di Hormuz rimangono off-limits per gran parte del traffico commerciale globale, gli Stati Uniti stanno gettando le basi per una struttura di comando che vada oltre l’azione unilaterale. La proposta della Casa Bianca, infatti, prevede che il Dipartimento di Stato faccia da hub per le operazioni diplomatiche, mentre il Comando Centrale (Centcom) si occuperebbe della sorveglianza in tempo reale e del coordinamento delle intelligence. Non si tratta, almeno sulla carta, di un’alleanza militare formale, ma di un meccanismo snello per condividere informazioni e sanzioni, un tentativo evidente di superare le lentezze burocratiche degli alleati europei che, guidati da Francia e Regno Unito, hanno finora organizzato riunioni con decine di paesi senza però riuscire a sbloccare la situazione.
L’ombra di un’azione militare “breve e potente”
Mentre il mondo osserva i movimenti delle portaerei, i vertici del Pentagono si preparano a fare rapporto al presidente. Le agenzie di stampa, citando fonti vicine all’intelligence, confermano che Trump riceverà oggi un briefing dettagliato dai massimi comandanti militari, con il comandante del Centcom, ammiraglio Brad Cooper, chiamato a illustrare le opzioni sul tavolo. Tra queste, non c’è solo la prosecuzione del blocco economico, ma anche scenari molto più cruenti. Le alternative studiate dai militari spaziano da una ondata di attacchi “brevi e potenti” mirati alle infrastrutture strategiche iraniane fino a un’operazione più complessa, che prevedrebbe l’intervento di forze di terra per prendere il controllo fisico di una parte dello Stretto.
Si tratta di ipotesi che riportano indietro le lancette della diplomazia, spostando l’ago della bilancia dalla trattativa, attualmente in stallo dopo il fallimento dei colloqui mediati dal Pakistan, alla pura coercizione militare. Un’altra opzione sensibile, che verrà sottoposta all’attenzione del presidente, riguarda la messa in sicurezza del programma nucleare iraniano: un’operazione speciale per mettere le mani sulle scorte di uranio altamente arricchito, un obiettivo che gli strateghi di Washington considerano ormai una priorità esistenziale. La guerra, iniziata ormai oltre un anno fa con i primi attacchi tra Usa, Israele e Iran, non accenna a risolversi, e l’economia globale ne paga il prezzo, con il petrolio che ha ripreso a salire vertiginosamente temendo un’interruzione prolungata delle forniture.




