Rutti di guerra, il segretario generale della Nato alimenta le paure con previsioni di conflitto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mark Rutte, l'ormai segretario generale della Nato, sembra aver deciso di rispolverare la più logora delle retoriche belliciste, indossandola con uno zelo che stride platealmente con l'aria paciosa che lo caratterizzava quando governava un paese di acqua e piste ciclabili. La sua ultima dichiarazione, quella secondo cui la Russia potrebbe attaccare un paese dell'Alleanza entro un quinquennio e l'Occidente dovrebbe prepararsi a una guerra "come quella dei nostri nonni", se provenisse da un commentatore televisivo potrebbe scivolare nel folklore. Proferita invece dal capo politico-militare dell'organizzazione atlantica assume un peso diverso, configurandosi come propaganda allo stato puro, dalle conseguenze potenzialmente devastanti per la stabilità del continente. Il ragazzone olandese, appassionato di Chopin, ha scandito i suoi moniti con l'aria di un professore perennemente sopra le righe, sostenendo che "siamo il prossimo obiettivo" e che il pericolo è già incombente, gettando un'ombra inquieta e volutamente allarmista sul panorama internazionale.

Una retorica che sbanda tra paura e riarmo

Questa ennesima sparata, che ha colto molti tra l'incredulo e il preoccupato, non arriva peraltro in un vuoto politico, ma in un momento di grande frizione. Da un lato, infatti, si registra per la prima volta un'apertura dell'Ucraina alla possibilità di cedere territori, ipotesi che il presidente Zelensky ha però demandato alla decisione finale della popolazione attraverso un referendum, in un quadro negoziale complesso. Dall'altro, l'azione dell'Unione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, sbanda su un binario parallelo e contraddittorio, insistendo – a dispetto dei negoziati in corso – sull'iter per il congelamento sine die degli asset russi, misura che Mosca ha già bollato come un furto e che rischia di inasprire ulteriormente le tensioni.

La posizione di Trump e lo stallo europeo

Sullo sfondo di questo scenario già di per sé incandescente, si muove con un pragmatismo spiccio il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, il quale ha nettamente respinto le richieste di incontro avanzate dai leader dei cosiddetti "Volenterosi", chiarendo di essere disponibile a un colloquio "solo se c'è da firmare un accordo di pace". Una presa di posizione che isola ulteriormente le spinte europee più bellicose e che sembra relegare in un angolo la propaganda di Rutte, la quale, soffiando sul fuoco della guerra totale, rischia di produrre solo contraccolpi senza costruire reali prospettive di sicurezza. Il continente si trova così stretto in una morsa retorica, mentre le istituzioni che dovrebbero guidarlo appaiono divise tra allarmismi inconsulti e azioni legali di dubbia efficacia pratica.

Gli effetti di una propaganda inconsulta

L'effetto complessivo di simili dichiarazioni, che evocano conflitti di proporzioni ormai consegnate ai libri di storia, è quello di alimentare una psicosi collettiva e di legittimare politiche basate esclusivamente sul riarmo e sulla contrapposizione frontale, in un momento in cui, al contrario, le diplomazie tentano faticosamente di trovare spiragli. Quando a parlare di guerra imminente non è più un opinatore qualsiasi ma la massima autorità della più potente alleanza militare del pianeta, il passo verso una profezia che si autoavvera può diventare brevissimo. Si finisce così per dimenticare che la pace, quella duratura, non si costruisce con gli elmetti dei nonni ma con una lucidità e una lungimiranza che oggi sembrano merce rara, soffocate da un vocio che di strategico ha ben poco.

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