Buttafuoco al podcast di Zaia: «Non c'è più rispetto istituzionale, si pensa di comandare con i rutti»
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Redazione Interno
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La Biennale di Venezia, nella sua essenza più profonda, è un’entità complessa che vive da sempre sull’orlo di una contraddizione destinata a restare irrisolta: resiste, da una parte, l’impianto monumentale dei padiglioni nazionali – retaggio ottocentesco delle Esposizioni Universali, nato per esibire la potenza degli Stati più che per interrogare l’anima dell’uomo – mentre, dall’altra, la mostra internazionale spinge con sempre maggiore forza verso un’idea cosmopolita e post-identitaria del fare arte. Ed è proprio in questa tensione, che certo non è una novità per la kermesse veneziana, che si inserisce la voce pacata ma inappuntabile di Pietrangelo Buttafuoco. Ospite nel pagliaio di Luca Zaia per l’ultima puntata del podcast Il Fienile, l’attuale presidente della Fondazione ha scelto il contesto informale della campagna per ribadire, con una lucidità che non ammette repliche, la sua posizione riguardo alle tempeste politiche che hanno investito l’istituzione negli ultimi mesi.
Buttafuoco, che Zaia definisce affettuosamente «veneziano di cuore e siciliano di sangue», non usa giri di parole per descrivere l’accoglienza riservata alle sue scelte – prima fra tutte la conferma della presenza della Russia al Padiglione dei Giardini. L’immagine che consegna al racconto è infatti di una durezza inaudita, seppure espressa con la consueta soavità nei modi che lo contraddistingue. Parlando di chi ha criticato la riapertura agli artisti russi (senza che vi fosse mai stata una vera e propria "chiusura" formale da parte dell’ente, come lui stesso tiene a precisare), Buttafuoco attacca frontalmente quella che definisce una deriva autoritaria e ignorante: «È l’istituzione ridotta al rango di una fureria, dove pensi di poter comandare con i rutti». La frase, che ha subito fatto il giro dei media, sintetizza il suo pensiero sull’attuale clima politico-culturale: un luogo, quello della fureria, in cui non si discute, non si ascoltano le ragioni altrui e non si ha alcun decorum, ma ci si limita a imporre la propria volontà con grugniti e pregiudizi.
L’equivoco del “politicamente corretto” e la proprietà russa
Nel lungo dialogo con l’ex governatore veneto (ora presidente del Consiglio regionale), Buttafuoco smonta pezzo per pezzo quelle che ritiene le falsità alla base delle polemiche. C’è innanzitutto un equivoco di fondo, che riguarda la natura stessa dell’invito. «C’è la guerra in corso – spiega – e tutti gli attori e i soggetti me li ritrovo presenti. Arrivano perché partecipanti. C’è un equivoco terribile che dice: ‘non bisogna invitare la Russia’. Ma noi non invitiamo». La differenza, per lui, è sostanziale e giuridica: la Biennale non ha il potere di aggiungere sanzioni a quelle già decise dagli Stati sovrani, né tantomeno può riscrivere la propria storia architettonica. Lo fa notare quando ricorda un dettaglio che molti, chiosano i due, sembrano volutamente ignorare: «Oltretutto nel caso della Russia sono proprietari di un padiglione che dal 1914 è presente, che ha anche l’aquila dei Romanov sulla sommità». Dunque, non si tratta di affittare uno spazio a una fiera campionaria (e qui Buttafuoco ironizza sulle parole di un esponente del Partito Democratico, reo di aver parlato di “stand”), ma di riconoscere una presenza storica e materiale.
Zaia, ascoltando queste argomentazioni, suggerisce che alla base delle critiche ci sia semplice ignoranza, e Buttafuoco annuisce, scandendo i punti uno a uno: «A) non sanno che cos’è la Biennale. B) non conoscono le regole, le leggi, lo statuto: niente di niente». È per questa mancanza di conoscenza, aggiunge, che anche alcuni commissari europei hanno potuto permettersi di minacciare la sospensione di finanziamenti, pensando di poter dettare una linea editoriale come si fa con un ente sottoposto a lottizzazione. «Pensano che tutto sia come quando dicono a qualcuno ‘caccia quel direttore’, ‘non portare in scena quella ballerina’».
L’arte come luna e la geopolitica come dito
Una delle metafore più riuscite utilizzate dal presidente della Biennale per spiegare la sua posizione, in netto contrasto con la linea espressa pubblicamente dal ministro della Cultura Alessandro Giuli (che aveva parlato di un «pasticcio» e di un «fratello sbagliato»), è quella che distingue tra il dito e la luna. Buttafuoco sostiene infatti che «io indico la luna che è la guerra globale e tutti si concentrano sul dito che è la Russia». Il suo tentativo, quello che sembra emergere dalla chiacchierata nel fienile, non è quello di fare politica estera (accusa questa respinta al mittente), ma di preservare lo spazio della cultura come luogo di confronto, persino doloroso.
Non si tratta, nelle sue parole, di normalizzare i regimi, ma di rifiutare un «cieco fanatismo» che gli appare estraneo alla missione dell’istituzione che guida. Racconta a Zaia i momenti difficili, l’ottusità incontrata, ma anche la sorpresa per l’appoggio ricevuto da mondi politici agli antipodi: da Renzi a Salvini, da Ezio Mauro a Marco Travaglio. «Io – dichiara – indico la luna che è la guerra globale». E in questo quadro globale, la decisione di non escludere nessuno (né russi, né israeliani, nonostante le pressioni ricevute) diventa l’unica strada percorribile per non tradire l’essenza della Biennale. Zaia, dal canto suo, difende l’ospite definendolo «un gigante della cultura» che difende il principio secondo cui l’arte deve poter stimolare un dialogo al di là delle trincee.
La “fureria” e l’anima siciliana del presidente
Prima di addentrarsi nelle secche della polemica, la lunga intervista di oltre un’ora (quasi un terzo della quale è dedicata agli scontri istituzionali) si era aperta su toni decisamente più intimi. Buttafuoco aveva raccontato a Zaia le proprie radici siciliane, l’infanzia nell’entroterra tra Agira e Leonforte, dove «l’unico mare è il grano», e l’odore dell’asino che cammina mentre il padre frantuma la spiga. Un’infanzia lontana dai salotti del potere che però, in qualche modo, spiega la sua ostinazione. E quando Zaia gli chiede se si sia mai sentito solo in questa battaglia, la risposta è negativa: ha avuto Venezia, i collaboratori che non ha scelto per fedeltà ma per competenza (rifiutando l’idea di “farsi una squadra” come avviene in Rai), e la consapevolezza di chi, anche tra i sostenitori dell’Ucraina, ne ha capito le ragioni.
Ma è l’immagine della fureria a restare impressa, forse più di ogni altra considerazione tecnica. Con quella sola parola, Buttafuoco fotografa il rapporto distorto tra politica e cultura nella primavera del 2026, mentre la Biennale si appresta ad aprire i battenti. Le sue dimissioni? Non sono state mai formalmente richieste dal governo, ma la tensione con il ministro Giuli è palpabile, nonostante Buttafuoco eviti accuratamente di menzionarlo per nome nel corso della trasmissione. Al termine della chiacchierata, Buttafuoco lascia intendere che di questo “giallo” – lo definisce lui stesso «La concessione del padiglione» parafrasando Camilleri – forse un giorno qualcuno scriverà un libro. Per ora, in attesa della kermesse di novembre, l’arte aspetta. E le polemiche, almeno nel racconto del presidente, restano confinate nel recinto di chi, non conoscendo le regole, confonde la complessità del mondo con la semplicità di un rutto.




