Il Consiglio di Sicurezza Onu congela i beni di quattro comandanti delle Rsf, ma la mossa arriva dopo il massacro di El-Fasher e l’avanzata in Darfur

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’annuncio, arrivato nella tarda serata di ieri da New York, porta la data del 24 febbraio 2026, ma porta con sé il peso di un ritardo che appare ormai strutturale nell’approccio della diplomazia multilaterale alla crisi sudanese. Il Comitato per le sanzioni istituito dalla risoluzione 1591 ha infatti approvato l’inserimento nella propria lista nera di quattro comandanti delle Forze di supporto rapido (Rsf), i paramilitari guidati da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come Hemedti, che dall’aprile del 2023 combattono contro l’esercito regolare del generale Abdel Fattah al-Burhan -1. Tra i nomi colpiti dal congelamento dei beni e dal divieto di visto figura quello di Abdul Rahim Hamdan Dagalo, fratello del leader delle Rsf e numero due della milizia, insieme a Gedo Hamdan Ahmed, comandante per il settore del Darfur Nord, e ad altri due ufficiali, al-Fateh Abdullah Idris e Tijani Ibrahim Moussa Mohamed -1. Si tratta di una misura che, per quanto simbolicamente rilevante, segue di quasi quattro mesi la caduta di El-Fasher, l’ultima grande città del Darfur rimasta in mani governative, avvenuta alla fine dell’ottobre del 2025 dopo un assedio durato diciotto mesi -3.

È proprio la presa di El-Fasher, e quanto accaduto nelle quarantotto ore successive, a rappresentare lo spartiacque che ha infine spinto le Nazioni Unite a inasprire le proprie misure restrittive. Una missione d’inchiesta indipendente, istituita dal Consiglio per i diritti umani, ha ricostruito con dovizia di particolari la dinamica di quei giorni, consegnando un rapporto che parla apertamente di «caratteristiche distintive del genocidio» -4. Gli investigatori hanno documentato un’operazione pianificata, condotta attraverso la struttura gerarchica delle Rsf, che ha preso di mira in modo sistematico le comunità non arabe della regione, in particolare le etnie Zaghawa e Fur -9. I testimoni hanno riferito di esecuzioni sommarie, di stupri di massa e di dichiarazioni pubbliche, da parte degli stessi miliziani, che lasciavano intendere la volontà di eliminare «qualsiasi cosa nera» dal Darfur -9. In questo contesto, la figura di al-Fateh Abdullah Idris, noto come Abu Lulu e già ribattezzato il “macellaio di El-Fasher”, era emersa con tratti agghiaccianti: lo si vedeva in video diffusi sui social mentre, sorridente, uccideva persone che imploravano pietà, esibendo quella che gli investigatori hanno definito una chiara intenzione di stigmatizzazione etnica -6.

La reazione del Consiglio di Sicurezza, benché formalmente ineccepibile, solleva più di un interrogativo circa la sua efficacia concreta. Le sanzioni, che pure colpiscono individui di vertice, arrivano in un momento in cui il controllo territoriale delle Rsf si è ormai consolidato non solo su tutto il Darfur, ma anche su vaste aree del Kordofan, e in cui la macchina bellica dei paramilitari continua a funzionare grazie a un flusso costante di armi e finanziamenti dall’estero. Rapporti attendibili indicano negli Emirati Arabi Uniti uno dei principali sponsor delle milizie di Hemedti, un sostegno che include armi avanzate e sistemi di comunicazione sofisticati, tanto che Volker Turk, l’alto commissario Onu per i diritti umani, ha parlato di un «conflitto high-tech» alimentato dall’interferenza esterna -4-5. In questo scenario, il congelamento di alcuni conti e il divieto di viaggiare rischiano di apparire come un atto dovuto più che come una leva in grado di modificare gli equilibri sul terreno, tanto più che, come nel caso dello stesso Abdul Rahim Hamdan Dagalo, si tratta di individui già oggetto di misure restrittive da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea -6.

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