Il massacro degli innocenti e la generazione perduta: raid delle Rsf su una scuola coranica nel Kordofan Settentrionale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’alba di mercoledì 11 febbraio, nella città di Al-Rahad, nel Kordofan Settentrionale, è stata squarciata dall’esplosione di un drone, un ordigno che ha preso di mira la scuola coranica Sheikh Ahmed Al-Badawi, un luogo di preghiera e di istruzione trasformato in un obiettivo di guerra. Il bilancio, fornito dal Sudan Doctors Network, la rete che riunisce i medici del paese e che monitora costantemente le violenze del conflitto, parla di almeno dieci morti, tra i quali due bambini, e venticinque feriti, un numero, quest’ultimo, che secondo alcune testimonianze raccolte da attivisti locali e riportate da agenzie internazionali, potrebbe essere persino più alto -1-7. L’attacco, avvenuto dopo la preghiera del mattino mentre i giovani studenti stavano recitando il Corano, rappresenta l’ennesima pagina di una guerra dimenticata, una delle crisi umanitarie più gravi e profonde del nostro tempo, e ha spinto il Sudan Doctors Network a parlare di "crimine costituito", un atto che non può trovare giustificazione in alcun pretesto, sottolineando come presidi di fede e cultura, dalle moschee alle chiese, siano diventati bersagli sistematici delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) -1.

La matematica della devastazione e i numeri intoccabili di un'infanzia negata

Se nel linguaggio della matematica esistono numeri considerati "intoccabili", nella cruda realtà sudanese otto milioni rappresentano una cifra tragicamente concreta e tangibile: sono i bambini, metà della popolazione in età scolare, che da oltre 484 giorni non varcano la soglia di un'aula, un periodo che coincide con l'escalation del conflitto tra l'esercito regolare e i paramilitari, e che configura una delle più lunghe interruzioni scolastiche mai registrate a livello globale -8-10. Un istituto su tre, precisamente circa 6.400 scuole, è completamente chiuso, mentre un altro 11% è stato riconvertito, se così si può dire, in rifugio per le oltre undici milioni di persone che sono state costrette a lasciare le proprie case, trasformando di fatto i luoghi dell'apprendimento in simboli di una sopravvivenza precaria e provvisoria -3. I maestri, peraltro, non ricevono uno stipendio da due anni, un ulteriore tassello che compone il mosaico di un sistema formativo al collasso, e che condanna un'intera generazione a crescere nell’ombra della guerra, privata non solo del presente ma anche della possibilità di costruirsi un futuro.

La caccia ai civili e la geografia del terrore nel Kordofan

La strage della scuola non è un episodio isolato, ma si inserisce in una strategia più ampia che vede nel Kordofan Settentrionale uno dei teatri più caldi e letali dello scontro. Solo nei giorni precedenti, un altro drone delle Rsf aveva preso di mira un veicolo che trasportava famiglie di sfollati in fuga da Sud Kordofan, nei pressi della stessa città di Al-Rahad, causando la morte di almeno 24 civili, un attacco che le autorità locali non hanno esitato a definire una "grave e seria violazione" del diritto umanitario internazionale, data la presenza accertata di donne, anziani e otto bambini tra le vittime -2. La tattica, ormai consolidata, è quella di colpire le infrastrutture civili e le rotte di fuga, un accerchiamento che non conosce tregua e che mira a piegare la popolazione attraverso il terrore e la fame; i monitoraggi indipendenti parlano di oltre 90 civili uccisi solo in questa regione tra la fine di gennaio e i primi di febbraio, un dato che include anche attacchi a convogli umanitari e a strutture sanitarie, come il magazzino del Programma Alimentare Mondiale a Kadugli, preso di mira in un raid separato -1-9.

Un conflitto fatto di droni e di assenza

La guerra in Sudan, giunta ormai a più di mille giorni dall'inizio delle ostilità nell'aprile del 2023, si combatte sempre più con la guerra tecnologica dei droni, armi che permettono di colpire con precisione obiettivi civili senza la necessità di un contatto diretto, rendendo ancora più difficile per la popolazione distinguere tra zone di conflitto e aree protette -1-2. Le Rsf, nate dalle milizie Janjaweed responsabili delle atrocità in Darfur nei primi anni Duemila, continuano a essere accusate di crimini contro l'umanità e di pulizia etnica, mentre l'esercito regolare cerca di riconquistare posizioni strategiche in un paese ormai spaccato in due -4-6. In questo scenario, la comunità internazionale, nonostante le dichiarazioni e i proclami, sembra assistere impotente o distratta da altre crisi, lasciando che siano i medici del Sudan Doctors Network, gli operatori umanitari di organizzazioni come Caritas o Medici Senza Frontiere e la disperata resilienza della popolazione a fare da fragili argini a una catastrofe umanitaria che ha già provocato decine di migliaia di morti e spinto milioni di persone verso la fame e la carestia -4-5.

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