Criptovalute di Trump in picchiata dopo l’annuncio dei dazi sulla Cina
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Redazione Economia
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Le nuove tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, esplose venerdì dopo l’annuncio di possibili dazi aggiuntivi, non hanno portato bene all’ecosistema crypto legato alla famiglia Trump, il quale ha subito una battuta d’arresto tanto violenta quanto improvvisa. Le vendite, che si sono rapidamente estese alle principali monete riconducibili al gruppo, hanno provocato un vero e proprio dissesto, con crolli che hanno toccato picchi del trenta per cento in poche ore, in un contesto generale già segnato da una forte instabilità. L’intero settore, del resto, sta ancora assorbendo le conseguenze del peggior evento di liquidazioni della sua storia, durante il quale quasi venti miliardi di dollari sono stati spazzati via in meno di due giorni, lasciando sul campo circa un milione e mezzo di trader. Un evento, questo, che ha creato un terreno fertile per il panico, il quale si è propagato con facilità verso gli asset più speculativi e politicamente connessi.
Il tracollo dei token legati alla famiglia Trump
Il token WLFI, considerato il perno del sistema crypto di Trump, ha perso oltre il trenta per cento del suo valore in una singola seduta, trascinando con sé nella caduta anche altre valute digitali associate, come Trump Coin e Melania Coin, che hanno registrato flessioni analoghe, oscillanti tra il trenta e il trentatré per cento. Questi crolli, sebbene amplificati dal clima di incertezza, hanno evidenziato la fragilità intrinseca di un mercato che reagisce in maniera esasperata alle notizie di politica economica. Molti di coloro che operano in questo ambito, stando alle analisi di alcune società specializzate, hanno prontamente attribuito il declino generalizzato proprio all’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di introdurre dazi del cento per cento sulla Cina, ricercando, come spesso accade durante le fasi di ribasso, un capro espiatorio immediato per spiegare movimenti di mercato altrimenti complessi.
Un contesto più ampio di liquidazioni di massa
La crisi delle crypto trumpiane, per quanto significativa, rappresenta soltanto un episodio all’interno di un quadro molto più vasto e turbolento, caratterizzato da un’ondata di liquidazioni senza precedenti. L’esplosione del leverage, ovvero l’uso eccessivo della leva finanziaria da parte degli investitori, ha infatti innescato un effetto domino che ha portato alla chiusura forzata di milioni di posizioni, mettendo a dura prova la stabilità stessa di alcune piattaforme di scambio. Anche il Bitcoin, nonostante gli ingressi degli ETF abbiano in parte attenuato il calo, è crollato sotto una soglia psicologica importante, risentendo dei timori per un’escalation nel conflitto commerciale, mentre le aspettative sui futuri tagli dei tassi d’interesse e le decisioni politiche hanno aggiunto ulteriore volatilità.
Le cause profonde al di là della ricerca di un capro espiatorio
Sebbene l’imposizione dei dazi sia apparsa come il catalizzatore più evidente del crollo, gli analisti sostengono che le ragioni della débâcle siano da ricercarsi in una combinazione di fattori strutturali, la cui complessità va ben al di là della semplice ricerca di un colpevole. La correlazione tra gli eventi geopolitici e le performance degli asset digitali, seppure innegabile in circostanze come queste, non esaurisce la spiegazione di un fenomeno di mercato che affonda le sue radici in meccanismi finanziari e in dinamiche speculative spesso imprevedibili. La repentinità delle vendite, che ha colpito in modo particolare le valute legate a figure politiche, ha semplicemente messo in luce la loro elevata sensibilità a qualsiasi tipo di shock esterno, in un ambiente dove la fiducia degli investitori costituisce l’elemento fondamentale per la stabilità dei prezzi.




