Cuba, l'incubo dopo Caracas: la svolta di Trump e la conta dei caduti
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Redazione Esteri
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Quando i mezzi corazzati americani, in quella che è stata definita un'operazione chirurgica, hanno fatto irruzione nel palazzo presidenziale di Caracas ponendo fine al regime di Maduro, il rumore delle catene, assordante, si è udito chiaramente fino all'Avana. La caduta del Venezuela, infatti, rappresenta ben più di un mutamento geopolitico nell'emisfero occidentale; costituisce, piuttosto, il crollo dell'ultimo pilastro economico e strategico su cui poggiava il sistema cubano, privato ora del sostegno energetico e finanziario che per decenni ne aveva attenuato l'isolamento. Il presidente statunitense Donald Trump, affiancato dal segretario di Stato Marco Rubio, ha immediatamente inquadrato la questione in termini netti, definendo Cuba una "nazione in fallimento" e trasformando quelle parole, pronunciate dalla Florida, in una minaccia diretta che attraversa i soli 360 chilometri di mare che separano Mar-A-Lago dalla Plaza de la Revolución.
Le conseguenze immediate di un nuovo scenario
Il riconoscimento, da parte dell'esecutivo dell'isola, della morte di trentadue suoi ufficiali durante le operazioni militari in territorio venezuelano, ha confermato pubblicamente, e con un bilancio ufficiale, l'entità dell'impegno cubano a sostegno di Maduro, un impegno pagato a caro prezzo. "Molti cubani sono stati uccisi ieri", ha dichiarato Trump ai giornalisti, in un passaggio che, al di là della conferma dei fatti, delinea un nuovo e più aspro livello di confronto. Quel conteggio di vittime, del resto, non è un mero dato statistico ma il simbolo di una presenza militare e di intelligence divenuta ormai insostenibile, la cui fine costringe L'Avana a fare i conti con una vulnerabilità senza più paraocchi. La crisi energetica, già cronica, e lo spopolamento, fenomeno che da anni svuota l'isola dei suoi giovani, rischiano di aggravarsi in modo esponenziale proprio nel momento in cui il governo aveva preparato i festeggiamenti per il centenario della nascita di Fidel Castro.
La strategia americana e le prospettive per l'isola
La priorità dichiarata dall'amministrazione Trump, ovvero il controllo delle risorse petrolifere venezuelane, si intreccia inevitabilmente con le sorti cubane, rendendo palese come qualsiasi piano di stabilizzazione per Caracas passerà attraverso un ulteriore stringimento della morsa su L'Avana. La fine del flusso di greggio sussidiato, che per anni ha tenuto in moto, seppur a singhiozzo, le centrali elettriche e i pochi trasporti pubblici dell'isola, getta una luce fosca sulle prossime stagioni, promettendo blackout più lunghi e una penuria di beni di prima necessità ancora più marcata. Se ne vedono già alcuni, di effetti collaterali, che vanno ben oltre la retorica politica: le già precarie condizioni sanitarie, per esempio, potrebbero subire un ulteriore deterioramento in assenza di carburante per i generatori degli ospedali e di medicine la cui importazione dipendeva da quel canale preferenziale.
Un futuro incerto tra vecchie logiche e nuove paure
La narrazione ufficiale, che pure continua a invocare la resistenza e l'unità nazionale di fronte all'"imperialismo", deve ora misurarsi con una realtà oggettiva profondamente mutata, dove il principale alleato è caduto e il principale avversario ha dimostrato una volontà di azione diretta senza precedenti recenti. L'operazione in Venezuela, condotta con una determinazione che ha sorpreso molti osservatori, ha infranto un tabù, quello dell'inviolabilità degli stati sudamericani considerati nell'orbita di influenze avverse, aprendo uno scenario inedito di pressione militare e politica. Il regime cubano, dunque, si trova stretto tra la necessità di gestire una crisi interna di proporzioni storiche e la minaccia esterna di un'amministrazione statunitense che, con linguaggio esplicito, ne ha preannunciato il fallimento e che ora controlla le chiavi dell'approvvigionamento energetico regionale.




