Cuba in stato di allerta dopo il blitz a Caracas, mentre Washington pianifica un cambio di regime

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Consiglio di difesa nazionale dell'isola, che riunisce i massimi vertici del potere, ha formalmente approvato, secondo quanto diffuso dai media ufficiali, una serie di "piani e misure per la transizione allo stato di guerra". La decisione, che riporta in auge la dottrina della "guerra di tutto il popolo" concepita decenni fa, arriva in un momento di tensioni acutissime con gli Stati Uniti, le quali sono precipitate in seguito all'operazione condotta a Caracas che ha portato alla cattura del presidente de facto venezuelano e alla morte di numerosi agenti cubani. Il presidente Díaz-Canel, di fronte a questa escalation, ha chiamato la popolazione alla mobilitazione generale, mentre il sistema economico nazionale, già stremato da anni di crisi, blackout energetici e diffusa povertà, appare vicino a un collasso che le nuove misure belliche potrebbero soltanto accelerare.

La risposta di L'Avana alla pressione statunitense

La proclamazione dello stato di guerra, con il conseguente innalzamento dell'allerta dell'apparato militare e la riorganizzazione della società civile come retrovia, rappresenta una mossa il cui primo destinatario è certamente il fronte interno. Quando un regime percepisce una progressiva erosione del consenso e una crescente fragilità sociale, il ricorso alla minaccia esterna funziona da collante politico immediato: serve a compattare le fila, a legittimare l'adozione di provvedimenti eccezionali e a tacitare ogni forma di dissenso, ricondotta nell'alveo della sicurezza nazionale. È un copione già visto, che l'Avana ripropone in una fase delicatissima, nella quale l'amministrazione del presidente Trump ha apertamente iniziato, secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, a lavorare per identificare figure all'interno del governo cubano disposte a negoziare una transizione che porti alla destituzione dell'attuale leadership entro la fine dell'anno.

Le manovre di Washington e il futuro dell'isola

La notizia del giornale americano, che cita fonti ben informate, delinea una strategia statunitense finalizzata a promuovere un cambio di regime a L'Avana attraverso canali diplomatici e di intelligence, sfruttando le fratture che potrebbero aprirsi all'interno dello stesso establishment al potere. Questa attività, di cui non si conoscono ancora i dettagli operativi ma che appare coordinata con le recenti azioni in Venezuela, costituisce il fondamento concreto delle accuse cubane di un'aggressione imminente. La retorica della guerra totale, dunque, non nasce nel vuoto ma risponde a una pressione esterna reale e dichiarata, sebbene le sue modalità di attuazione sulla popolazione civile, costretta a prepararsi a un conflitto mentre fatica a garantire i beni di prima necessità, rischino di aggravare ulteriormente le condizioni di vita già precarie di molti.

Uno scenario segnato dalla cronaca nera e dalle inchieste

Lo scenario attuale è reso ancora più fosco dal tragico episodio occorso durante l'incursione statunitense nella capitale venezuelana, un'azione che ha avuto, tra le sue conseguenze più gravi, la perdita di decine di agenti di intelligence cubani. Fatti di cronaca nera di questa portata, che inevitabilmente alimentano le indagini giudiziarie e le inchieste sia a L'Avana che a Washington, contribuiscono a creare un clima di sospetto reciproco e di ostilità profonda, rendendo qualsiasi dialogo quasi impossibile. La combinazione tra una situazione economica disperata, le manovre palesi per un cambio di governo e il trauma di un'operazione militare mortale disegna un quadro in cui la proclamazione dello stato di guerra da parte cubana, seppure calcolata per fini di consenso interno, si inserisce in una spirale di azioni e reazioni le cui implicazioni future sono difficili da misurare.

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