Il governo paga il conto del “Poker pugliese” nelle grandi partecipate: da Enel a Leonardo, i nuovi assi del risiko romano
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Redazione Interno
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Nel quadro della consueta tornata di primavera che ridisegna la governance dei gioielli di Stato, il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha depositato le liste per il rinnovo dei vertici di Enel, Eni, Leonardo ed Enav. La partita, che si concluderà formalmente con le assemblee dei soci convocate per i primi di maggio, mette in luce una strategia a due velocità ben precisa: blindare la continuità nei colossi dell’energia dove i risultati – oggettivamente – hanno tenuto banco, e operare un cambio di passo netto, quasi chirurgico, nella galassia della difesa e dell’aerospazio. Ad accomunare le scelte del governo, però, c’è una cifra politica specifica che non sfugge agli addetti ai lavori: il cosiddetto “Poker pugliese”, ovvero il peso crescente della regione di origine del sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano, la cui “lunga mano” si allunga fino alle poltrone più calde del capitalismo italiano.
Enel, il “superconsigliere” e l’ombra di Palazzo Chigi
Se per Enel la linea è quella della stabilità più assoluta – con Paolo Scaroni confermato alla presidenza e Flavio Cattaneo riconfermato come amministratore delegato – è nella lista dei consiglieri che spunta il nome destinato a far discutere la finanza romana. Si tratta di Alessandro Monteduro, capo di gabinetto del sottosegretario Mantovano, che si appresta a sedere nel consiglio di amministrazione del colosso energetico. Una poltrona che non è solo un riconoscimento, ma una vera e propria estensione del controllo politico su un’azienda cruciale per le infrastrutture nazionali. Monteduro, leccese doc come il suo mentore, porta con sé un bagaglio di relazioni che spaziano dai vertici dell’Autorità per la Sicurezza della Repubblica fino alle stanze vaticane (dove ha condiviso con Mantovano la lunga militanza in Aiuto alla Chiesa che soffre). La sua presenza nel cda rappresenta una cesura rispetto al passato: non è solo un tecnico, ma un uomo di fiducia che trasforma la sorveglianza politica in presenza fisica nel board.
Leonardo, l’addio silenzioso di Cingolani e la difesa dei nuovi assetti
Il terreno più accidentato, però, resta quello di Leonardo. Qui il governo ha scelto la strada del ricambio totale, se non proprio della damnatio memoriae. L’amministratore delegato uscente, Roberto Cingolani, ha appreso della sua imminente uscita (prevista per il 7 maggio, data dell’assemblea) non da una telefonata istituzionale, ma attraverso la stampa. «Nessuno mi ha avvisato, né spiegato», ha confidato ai suoi collaboratori più stretti, mostrando più “curiosità” che amarezza per la decisione del governo che pure lo aveva voluto nel 2023. Al suo posto, il Tesoro ha indicato Lorenzo Mariani, manager di lungo corso proveniente da Mbda, mentre la presidenza è stata affidata a Francesco Macrì, un 53enne top manager di origini aretine la cui prima dedica social – dopo la nomina – è andata alla sorella scomparsa, quasi a voler rivendicare uno spessore umano prima ancora che professionale. La versione ufficiale, rilanciata dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, è che si tratti di una “scelta industriale”. «Cingolani ha lavorato molto bene – ha tenuto a precisare Fazzolari – e gode della piena fiducia del governo», ma l’azionista ha semplicemente deciso di cambiare volto alla controllata.
Eni ed Enav, le conferme che non sorprendono e il jolly di via XX Settembre
Sul fronte Eni, la musica non cambia: Claudio Descalzi si appresta a firmare il suo quinto mandato consecutivo, un record di longevità per il gigante dei carburanti, affiancato stavolta dalla new entry Giuseppina Di Foggia alla presidenza, pescata direttamente dal vertice di Terna. Una girandola di poltrone che coinvolge anche Enav, dove il Mef ha indicato Igor de Biasio come nuovo ad e Sandro Pappalardo come presidente, completando il mosaico delle partecipate in quota. Ciò che lega queste nomine, al di là dei curricula, è la percezione di una partita giocata tutta all’interno di un perimetro ristretto. Non ci sono scosse telluriche, ma riposizionamenti di pedine che il governo Meloni – forte di una maggioranza solida – muove con la sicurezza di chi sa che l’azionista pubblico vince sempre. Il caso Cingolani, in particolare, resterà un capitolo a sé: l’ex fisico della transizione esce di scena senza aver avuto il tempo per le rimostranze, lasciando dietro di sé una gestione che – pur portando risultati operativi – è evidentemente naufragata sul filo della fiducia politica.




