Leonardo, il rompicapo delle nomine e quel nome che (forse) stona nel risiko dei vertici

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La consuale, e spesso estenuante, partita a scacchi per il posizionamento delle pedine ai vertici delle grandi partecipate pubbliche si è intensificata nelle ultime ore, complici i rientri dalla lunga trasferta nei Paesi del Golfo. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, avrebbe dedicato una serie di riflessioni al dossier caldo, quello che riguarda il futuro di Leonardo, l’ex Finmeccanica, colosso della difesa e dell’aerospazio. Il nodo, a questo punto, sembra essere arrivato al pettine: l’attuale amministratore delegato, Roberto Cingolani, avrebbe ricevuto una telefonata direttamente da Palazzo Chigi per essere messo al corrente della volontà di non procedere con la sua riconferma alla guida del gruppo. Una mossa, questa, che interrompe di fatto la trattativa per un secondo mandato, anche se la legge di bilancio e i calendari assembleari impongono tempistiche serrate per la presentazione delle liste in vista del rinnovo del consiglio di amministrazione.

L’effetto domino e la soluzione “Mariani”

Analizzando il quadro degli incastri, che come sempre tiene conto di variabili quali l’equilibrio territoriale e la quota di genere, emerge una verità industriale forse scomoda ma piuttosto chiara agli addetti ai lavori. Se l’obiettivo, come sembra, è quello di evitare una scossa tellurica capace di disperdere il valore accumulato, l’unica opzione razionale sul tavolo – nonostante alcune voci contrarie – sembra essere il ritorno di Lorenzo Mariani in piazza Montegrappa. L’attuale numero uno di MBDA Italia, reduce da un’esperienza diretta ai piani alti di Leonardo, rappresenterebbe la continuità operativa che il mercato, stando alle indicazioni dei broker, non vorrebbe vedere interrotta. Perché, se da un lato Pierroberto Folgiero è giustamente intenzionato a proseguire la sua corsa alla guida di Fincantieri, dall’altro uno spostamento improvviso di Stefano Donnarumma da FS (Ferrovie dello Stato) finirebbe per creare un effetto domino incontrollabile, spostando il problema da una poltrona all’altra senza risolverlo.

Perché il nome di Mariani “stona” per alcuni

Eppure, nel toto-nomi che circola negli ambienti romani e nelle agenzie di stampa specializzate come Avionews, il profilo di Mariani è stato etichettato come “fuori dalla partita” o, peggio, come un nome che “stona” rispetto alle attuali trame politiche. Le ragioni sarebbero da ricercarsi in un precedente che brucia ancora: tre anni fa, quando si trattò di sostituire Alessandro Profumo, Mariani perse il ballottaggio proprio contro Cingolani, trovando poi riparo nel ruolo di condirettore generale. Un tandem, quello con Cingolani, durato lo spazio di un mattino prima di “scoppiare”, costringendo l’interessato a fare un passo indietro e a tornare a guidare la società missilistica europea. Secondo fonti che seguono le trattative nell’esecutivo, un suo ritorno in auge rappresenterebbe un’anomalia nei meccanismi della spartizione del potere, quasi un “gioco dell’oca” dove si torna alla casella di partenza dopo aver litigato con l’establishment. Tuttavia, sostenitori della sua candidatura, in particolare nell’entourage del Ministero della Difesa, ne difendono l’indiscussa esperienza, contrapponendola ad altre autocandidature che non garantirebbero la stessa solidità industriale.

La sfida della competitività e il dossier Cingolani

La posta in gioco, per un’azienda che vale decine di miliardi in borsa e che ha recentemente presentato un piano industriale ambizioso fino al 2030 – con un giro d’affari previsto in forte crescita grazie ai contratti nei settori dell’elettronica e della difesa – è altissima. Sostituire un amministratore delegato uscente significa spesso stravolgere le linee guida strategiche; e se si decide di farlo, si deve avere la certezza che il nuovo arrivato non abbia bisogno di un lungo rodaggio. Mariani quel rodaggio non lo richiederebbe, conoscendo gli ingranaggi dell’azienda, i dossier internazionali e le commesse pubbliche. Le altre soluzioni, magari suggerite da logiche di palazzo piuttosto che da necessità industriali, rischierebbero di trasformare l’ex Finmeccanica in un campo di battaglia per la spartizione di altri ruoli, indebolendo la sua capacità di competere con i giganti francesi e tedeschi del settore. E se il mercato, come sottolineato dagli analisti di Equita e Akros, guarda con favore alla continuità gestionale – visto che sotto la guida di Cingolani il titolo ha registrato performance record – un cambio di rotta deve essere motivato da un progetto chiaro. La comunicazione dell’avvenuto “congedo” da parte di Palazzo Chigi sembra aver già acceso il semaforo verde per il dopo-Cingolani, lasciando sul piazzale un’eredità pesante e un bivio obbligato: o si sceglie la prudenza tecnica rappresentata da Mariani, o si apre il vaso di Pandora delle trattative interne, con conseguenze difficili da prevedere per il futuro industriale del gruppo.

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