Leonardo e il dopo-Cingolani: se non si vuole distruggere l’azienda, l’unica soluzione possibile è il ritorno di Mariani
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Redazione Economia
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La partita per il vertice di Leonardo, l’ex-Finmeccanica che vale, in termini strategici e industriali, più di molte ambizioni di governo, si è trasformata in un rebus dal quale Palazzo Chigi fatica a trovare una via d’uscita pulita. Che Roberto Cingolani, l’amministratore delegato in carica dal 2023, sia stato di fatto già congedato – lo raccontano plurime fonti di governo, alcune delle quali assicurano che la comunicazione sia arrivata direttamente nelle ultime ore – appare ormai una certezza condivisa nei corridoi del potere. Il mandato dello scienziato-manager, va ricordato, scade ufficialmente il 7 maggio, data dell’assemblea degli azionisti; eppure, il suo nome non comparirà nella nuova lista per il consiglio di amministrazione. Una decisione, questa, che lascia però un vuoto ingombrante: il successore, al momento, non c’è.
L’effetto domino che nessuno ha calcolato
Il problema, quando si tocca un colosso come Leonardo, non è mai circoscritto a una poltrona sola. Ogni mossa sull’ad della difesa rischia di innescare un effetto domino difficile da tenere sotto controllo, capace di travolgere anche le nomine già decise in altre partecipate statali. Se si spostasse Stefano Donnarumma da Ferrovie dello Stato – ipotesi circolata nei giorni scorsi – si aprirebbe un altro fronte; e Pierroberto Folgiero, che giustamente intende proseguire il cammino intrapreso a Fincantieri in questi quattro anni, non ha alcuna intenzione di farsi distrarre da giochi di potere altrui. Dunque, il quadro si complica. La soluzione, per chi non vuole distruggere il valore accumulato dall’azienda, non può essere improvvisata.
Tutte le altre candidature non garantiscono il futuro
Qui entra in gioco l’unica scelta razionale, a sentire chi conosce i meccanismi interni della galassia Leonardo. Richiamare Lorenzo Mariani in piazza Montegrappa, affidandogli nuovamente la guida operativa. Mariani, oggi alla guida di MBDA Italia, conosce ogni ingranaggio del gruppo: ci ha lavorato per anni, ne capisce le commesse internazionali, i delicati equilibri con il ministero della Difesa e la necessità di non perdere competitività. Tutte le altre candidature – e, aggiungono le fonti, le autocandidature – non offrono garanzie simili. Non Folgiero, legittimamente concentrato su Fincantieri; non Donnarumma, il cui spostamento creerebbe solo instabilità. Figuriamoci eventuali outsider, privi della necessaria memoria industriale.
L’addio annunciato, la ricerca di un nome e il silenzio dell’interessato
Cingolani, dal canto suo, osserva il tutto da una distanza prudente. Non commenta mai le vicende che lo riguardano – lo ha sempre fatto – e anche stavolta non si scompone. Il suo profilo, d’altronde, è noto: prima direttore scientifico dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, poi responsabile dell’innovazione tecnologica in Leonardo, infine ministro della Transizione ecologica nel governo Draghi. Un curriculum pesante, ma che evidentemente non basta più a convincere chi oggi siede a Palazzo Chigi, dove si è deciso di non riconfermarlo. Il punto, però, resta drammaticamente semplice: i tempi sono stretti, l’assemblea del 7 maggio si avvicina, e senza un nome credibile si rischia di consegnare l’azienda a un vuoto di potere. Mariani, in questo scenario, non è un’opzione nostalgica. È l’unica che tiene insieme continuità e competenza.




