Leonardo, Mariani al posto di Cingolani tra scenari politici e dossier aperti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’avvicendamento al vertice di Leonardo, il colosso della difesa e dell’aerospazio a partecipazione pubblica, si consuma in un clima di attesa convulsa e di letture incrociate che mescolano strategia industriale e calcoli di maggioranza. Sarà Lorenzo Mariani, manager interno dalla lunga militanza nel gruppo, a prendere il posto di Roberto Cingolani, la cui uscita – formalizzata nel consiglio di amministrazione convocato per il 7 maggio – ha scatenato reazioni politiche immediate, anche se nessuno, tra i diretti interessati, ha ancora ufficialmente commentato i contorni della decisione. La mossa, apparsa inevitabile agli osservatori dopo alcune crepe nel rapporto con il principale azionista, il Ministero dell’Economia e delle Finanze che controlla il 30,2% del capitale, viene descritta dalle opposizioni come un’operazione trasparente di riconfigurazione del potere: il governo, secondo questa lettura, intenderebbe rafforzare la propria presa su un’azienda considerata nevralgica per la sicurezza nazionale, magari per allinearsi – come qualcuno sussurra nei corridoi parlamentari – alle aspettative dell’amministrazione Trump, ormai insediata da oltre un anno alla Casa Bianca, dopo che Cingolani aveva mostrato un’inclinazione verso progetti di maggiore autonomia europea nel settore difensivo.

La nomina di Macrì e il peso della Toscana

Nella stessa tornata di cambiamenti, spicca poi la designazione di Francesco Macrì, 53 anni, alla presidenza di Leonardo. Una scelta che ha immediatamente acceso i riflettori sul legame dell’uomo con Estra, la utility toscana di cui Macrì è presidente esecutivo e dove Plures risulta il primo azionista. Il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Michelotti, nel suo ruolo di coordinatore regionale toscano del partito, non ha nascosto l’orgoglio di fronte a quella che definisce una dimostrazione di peso specifico della propria regione nei vertici degli asset nazionali. “L’indicazione del Mef – ha dichiarato – rappresenta un motivo di grande orgoglio per la Toscana, una regione che dimostra non solo di avere una classe dirigente manageriale di alta levatura, ma anche un peso significativo nei massimi livelli degli asset nazionali”. Un passaggio, questo, che conferma quanto la partita delle nomine pubbliche resti intrecciata a doppio filo con le geografie politiche e con le reti di relazioni locali, senza che ciò costituisca di per sé un elemento di discontinuità rispetto alle prassi consolidate.

I conti positivi di Cingolani e le ombre industriali

Cingolani lascia comunque un’eredità ambivalente. Da un lato, i bilanci del gruppo brillano: risultati economico-finanziari in forte miglioramento, trainati da un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina e dalla conseguente corsa al riarmo, con una performance eccezionale in Borsa che ha premiato la gestione uscente. Dall’altro lato, permangono criticità strutturali non secondarie, a partire dall’efficienza industriale – un capitolo su cui i nuovi vertici saranno chiamati a intervenire senza indugi – fino a una questione strategica di fondo, che investe direttamente la politica: la capacità o meno di dotare l’Europa di uno scudo anti-aereo efficace, un sistema di protezione concepito per contrastare ogni tipo di minaccia proveniente dal cielo. È su questo dossier, delicatissimo, che si misurerà la continuità o la discontinuità rispetto alla linea Cingolani, il quale aveva spinto per soluzioni meno dipendenti dagli Stati Uniti.

Nessun repulisti, ma il vizio politico delle letture ideologiche

E tuttavia, al di là dei nomi e delle cifre, ciò che affiora con regolarità ossessiva è un certo riflesso condizionato della politica italiana: quello di trasformare ogni avvicendamento al vertice in una resa dei conti, ogni sostituzione in una purga ideologica, ogni scelta industriale in un regolamento di conti tra correnti. Un meccanismo, questo, che alimenta i talk show e i retroscena da corridoio – e non sempre senza ragioni, va detto – ma che finisce per oscurare il modo in cui si governa davvero un gruppo strategico come Leonardo. Non c’è traccia, allo stato attuale, di un repulisti annunciato; piuttosto, il cambio al vertice appare come un fisiologico riallineamento tra proprietà pubblica e management, con l’obiettivo dichiarato – anche se non sempre perseguito con coerenza – di rendere l’azienda più solida e competitiva. Che questo obiettivo venga centrato o meno, lo diranno i prossimi bilanci e, soprattutto, le alleanze industriali che Mariani saprà costruire senza tradire la duplice anima, europeista e atlantista, del principale campione nazionale della difesa.

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