Leonardo, il mercato boccia l’addio di Cingolani: il titolo affonda in borsa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non c’è ancora nulla di ufficiale, sia chiaro, perché l’incastro delle nomine nelle partecipate resta appeso al vertice di maggioranza tra Palazzo Chigi, la Lega e Forza Italia. Eppure, per Piazza Affari, il verdetto è già scritto e non ammette appelli. La raffica di indiscrezioni – quelle secondo cui il governo Meloni sarebbe intenzionato a non confermare Roberto Cingolani alla guida di Leonardo – ha trasformato la seduta di martedì 7 aprile in un bagno di sangue per il colosso della difesa. Il titolo, bersagliato dalle vendite, ha lasciato sul terreno l’8,05%, scivolando fino a 57,25 euro. Un tonfo netto, che fotografa senza filtri il nervosismo degli investitori: loro, il famoso "mercato" che tanto piace evocare quando sale, hanno votato compatto contro l’ipotesi di un avvicendamento al vertice.

Il paradosso di un manager vincente e il siluro dei numeri

La vicenda, a guardarla bene, ha del paradossale, e dice molto dello stile di governo della premier. Perché Cingolani, nominato dall’attuale esecutivo poco dopo la vittoria elettorale, non è certo un manager qualsiasi. Anzi, sotto la sua guida, Leonardo ha macinato risultati da record: i ricavi 2025 hanno sfiorato i 19,5 miliardi di euro, con un utile netto in crescita del 15% e un portafoglio ordini gonfio fino a 46 miliardi. Numeri che hanno fatto impennare l’azione – quasi quintuplicata rispetto al periodo pre-Cingolani – e che hanno trasformato l’azienda in un pezzo pregiato del risiko europeo della difesa. Ieri, a puntellare il malumore, ci hanno pensato gli analisti di Equita: una mancata riconferma, hanno sottolineato, «sarebbe sorprendente, visto che è stato nominato dall’attuale esecutivo e ha garantito risultati importanti negli ultimi anni». C’è poi l’attivista Guy Wyser-Pratte, che non ha usato giri di parole: cambiare ora, ha tuonato, sarebbe una pura e semplice «interferenza politica», capace solo di danneggiare gli azionisti e minare la fiducia.

Tensioni e poltrone: il nodo Michelangelo e il pressing della Lega

Ma allora, se i conti tornano, da dove nasce questa scossa? Dietro la raffica di indiscrezioni, si intravedono le crepe nel rapporto tra l’ad e Palazzo Chigi. L’elemento di attrito principale, a quanto pare, è legato al "progetto Michelangelo Dome", lo scudo antimissile basato sull’intelligenza artificiale che Cingolani considera il fiore all’occhiello del suo piano industriale. Un progetto ambizioso, ma che – secondo le ricostruzioni – avrebbe sollevato più di un nervo scoperto, sia dentro i palazzi romani che in ambito militare. C’è poi la questione, mai sopita, della leadership. «Decido io», avrebbe detto Cingolani quando lo imposero nonostante i curricula di candidati con più esperienza nel settore. «Decido io», va ripetendo oggi a chi gli chiede del suo destino. Un atteggiamento, il suo, che non sempre ha incontrato i favori della maggioranza.

Intanto, mentre il titolo brucia, la politica prova a gestire il marasma. Matteo Salvini, interpellato ieri durante una conferenza stampa, ha glissato: «Posso garantire che verrà fatta la scelta migliore nell’interesse del Paese», ha detto il vicepremier, senza voler commentare né il nome di Cingolani né le possibili alternative – tra cui, circola con insistenza, quella di Stefano Donnarumma, l’attuale ad delle Ferrovie dello Stato.

L’attesa per il verdetto del 13 aprile

L’orologio, però, scandisce il tempo che stringe. Il termine ultimo per la presentazione delle liste per il rinnovo del consiglio di amministrazione è fissato per il 13 aprile. Poco più di una manciata di giorni, insomma, per sciogliere una riserva che rischia di costare cara. Se da un lato c’è chi, come Banca Akros, definirebbe l’eventuale addio «negativo e non necessario» – visto che il gruppo ha costantemente superato gli obiettivi –, dall’altro il siluro dell’azionista di riferimento (il Tesoro, che controlla circa il 30%) sembra ormai ineluttabile. Che sia per una questione di metodo, per i mal di pancia sui mega-progetti o semplicemente per la volontà di mettere un’altra bandierina sulle nomine, il risiko delle partecipate ha colpito ancora. E Leonardo, che fino a ieri volava alto nel cielodella difesa europea, si ritrova a fare i conti con la legge di gravità della politica.

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