Cingolani verso l’addio a Leonardo, Meloni frena sui piani. Il mercato punisce il titolo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
È il solito valzer delle nomine, ma questa volta il ritmo è più veloce e la musica, a sentire i diretti interessati, pare decisamente più nervosa. Perché sul tavolo, lo si mormora a bassa voce nei corridoi dei palazzi romani, non ci sono solo le poltrone delle grandi partecipate statali, ma gli equilibri politici interni a una maggioranza che si avvia a fatica verso il rush finale della legislatura. Il dopo-referendum, con la sconfitta sulla riforma della magistratura, ha insomma aperto una fase nuova: meno slancio programmatico, molti più conti da regolare e una necessità, avvertita come improcrastinabile, di redistribuire pesi e potere tra le forze della coalizione. In questo quadro già di per sé instabile, l’industria della difesa diventa il campo di battaglia più caldo.
La decisione della premier e lo scontro con Crosetto
Le nomine, si dice, sono quasi cosa fatta. Quasi, perché la partita più importante – quella su Leonardo – resta ancora tutta da giocare. La decisione sul colosso degli armamenti, ha spiegato Giorgia Meloni ai suoi vice, Matteo Salvini e Antonio Tajani, spetta unicamente a lei. Nessuna ingerenza, almeno ufficialmente. E la presidente del Consiglio, stando alle indiscrezioni più accreditate, avrebbe ormai deciso di dare il benservito all’amministratore delegato uscente, Roberto Cingolani. Una scelta che appare carica di un certo paradosso, visto che fu proprio lei, tre anni fa, a volerlo alla guida del gruppo. La decisione, inoltre, andrebbe contro il parere del ministro della Difesa, Guido Crosetto, che aveva invece sponsorizzato un altro candidato (Lorenzo Mariani), uscito – almeno per il momento – perdente dal braccio di ferro.
Vendite a raffica, gli analisti: "Sorpresi da una mancata conferma"
Il mercato, però, non sembra gradire affatto l’indiscrezione di un avvicendamento ai vertici. Anzi, lo ha bocciato sonoramente. Nella giornata di martedì 7 aprile, il titolo Leonardo è stato bersagliato dalle vendite, lasciando sul terreno una percentuale pesantissima, pari all’8,05%. Una vera e propria emorragia di valore che racconta lo stato d’animo degli investitori. Per gli analisti di Equita, che monitorano quotidianamente l’andamento del gruppo, l’ipotesi di una mancata riconferma dell’attuale numero uno appare quantomeno "sorprendente". Lo si legge in un report diffuso nelle stesse ore in cui si infittivano le trattative. La ragione di questa sorpresa è evidente: Cingolani, lo ricordano gli esperti, è stato nominato dall’attuale esecutivo e, a conti fatti, ha garantito risultati importanti negli ultimi anni. Per questo motivo, la sua rimozione appare come un segnale di discontinuità che il mercato fatica a interpretare come positivo.
Salvini glissa, il silenzio e l'ombra di Donnarumma
Dal fronte politico, intanto, arrivano reazioni caute, quasi ovattate. Interpellato sulla questione nel corso di una conferenza stampa alla sede dell’Associazione stampa estera, il vicepremier Matteo Salvini ha scelto la linea della prudenza più totale. "Sulla scelta dei vertici di Leonardo – ha assicurato il leader della Lega – posso garantire che verrà fatta la scelta migliore nell'interesse del Paese". Una formula di rito, certo, ma che nelle settimane calde delle nomine suona spesso come una conferma indiretta dei piani della premier. Più significativo, forse, è stato ciò che Salvini ha scelto di non dire. Il vicepremier, infatti, non ha voluto commentare né l'ipotesi della mancata riconferma di Cingolani né quella, circolata insistentemente negli ambienti finanziari, dell'approdo alla guida di Leonardo di un altro manager pesante: l'amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Stefano Donnarumma. Un silenzio che, nel linguaggio della politica romana, vale più di tante parole.




