Leonardo, l’addio a Cingolani tra i numeri della borsa e le nuove esigenze del riarmo europeo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il titolo Leonardo ha smesso di correre come un tempo. Dopo aver letteralmente bruciato la concorrenza nei due anni precedenti, nell’ultimo esercizio la crescita del 33,09% – seppur più che rispettabile – è stata infatti superata da quasi tutti i principali competitor europei del settore difesa. È questo il dato freddo, maturato nei dodici mesi che vanno dall’aprile 2025 all’aprile 2026, che ha fornito la base fattuale per un avvicendamento al vertice che molti, inizialmente, avevano faticato a comprendere. Per contestualizzare, nello stesso arco temporale l’indice Stoxx Europe target defence ha registrato un +47,92%, un differenziale che ha inevitabilmente acceso una luce gialla a Piazza Affari e, soprattutto, a palazzo Chigi.

La strategia dei due tempi: dal visionario all’esecutore

Fonti vicine al dossier che ha portato alla sostituzione di Roberto Cingolani con Lorenzo Mariani raccontano di una strategia voluta dalla stessa presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che non ha nulla a che vedere con presunti screzi personali o contrasti sui progetti futuri. L’ex ministro della Transizione ecologica, ricorderete, era stato chiamato nel 2023 per un compito ben preciso: essere un «manager visionario», capace di colmare un gap tecnologico e spingere l’innovazione in un colosso che, ai tempi, ne aveva urgente bisogno. Missione compiuta, visto che sotto la sua guida l’azienda ha quadruplicato il proprio valore in tre anni, siglando partnership cruciali con Rheinmetall e Baykar.

Oggi però, ci dicono dalla cerchia della premier, lo schema di gioco è cambiato. Con il programma ReArm Europe che prende e le tensioni geopolitiche che richiedono risposte immediate, l’esigenza non è più solo quella di innovare, ma di «mettere a terra» i progetti, intensificando la produzione fisica di sistemi militari. Per questa seconda fase, quella della produzione di massa e dell’accelerazione industriale, il governo ha giudicato più adatto un profilo diverso. Ed è qui che entra in scena Mariani, un manager che ha trascorso la vita letteralmente in mezzo alle fabbriche e ai contratti internazionali della Difesa, uomo di MBDA e reduce da una carriera nelle costruzioni elettroniche e navali.

La difesa di Fazzolari e il nuovo schema di gioco

A rendere esplicita questa lettura è stato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, l’uomo che per Meloni ha rimodellato le nomine delle partecipate pubbliche. Contattato dall’Ansa, Fazzolari ha liquidato come «fantasiose» le ricostruzioni che parlavano di rapporti incrinati tra Cingolani e il governo, assicurando che l’ad uscente «gode della piena fiducia» e ha «pienamente ottenuto i risultati» che gli erano stati richiesti in termini di visione. La sua parabola, insomma, si chiude con un plauso per l’innovazione impressa.

Il parallelo utilizzato dal sottosegretario per giustificare il passaggio di consegne – non sfuggito ai cronisti per la sua schiettezza – è stato quello calcistico: «È cambiato lo schema di gioco che si vuole adottare, e un diverso allenatore appare più adatto». La spiegazione, nelle intenzioni di chi l’ha formulata, mira a separare nettamente la competenza tecnica del manager uscente dalla nuova fase storica. Mentre Cingolani guardava alla digitalizzazione e al cyber – basti pensare al progetto del sistema di difesa a strati “Michelangelo Dome” – l’attuale contesto di riarmo europeo premerebbe invece per un ritorno al “duro”, ai congegni meccanici e alle linee di assemblaggio che Mariani conosce alla perfezione.

Numeri, mercati e la scommessa sulla produzione

Nonostante le dichiarazioni rassicuranti di Fazzolari, il mercato ha reagito con un certo scetticismo all’annuncio del cambio al vertice. Il titolo Leonardo ha subito una flessione sensibile nelle sedute immediatamente successive alla diffusione della notizia, scendendo sotto la soglia psicologica dei 58 euro, anche se gli analisti di case d’affari come Kepler Capital e Barclays hanno mantenuto intatte le raccomandazioni all’acquisto. La scommessa, per il Tesoro e per palazzo Chigi, è che la scelta di sostituire un fisico e accademico come Cingolani con un tecnico di lungo corso come Mariani si riveli vincente nella “gara” della produzione.

L’eredità che Mariani si trova a gestire è comunque pesante. Il gruppo chiude l’ultimo bilancio con ordini per 23,8 miliardi di euro e un piano industriale che prevede di schizzare a 32 miliardi entro il 2030. Se Cingolani ha preparato il terreno, spetterà al nuovo ad raccogliere i frutti in un’Europa che, per la prima volta dopo decenni, sembra realmente intenzionata a spendere cifre record per la propria difesa. Una partita, questa, in cui l’Italia gioca d’anticipo, cambiando il direttore d’orchestra proprio mentre l’opera entra nel vivo.

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