Simona Cinà, la morte in piscina a Bagheria: dubbi e ricostruzioni contrastanti
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Redazione Interno
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Riccardo Garofalo, maestro di beach volley e fondatore della Gala Sport Academy, la ricorda così: «Intraprendente, testarda». Simona Cinà, 21 anni, pallavolista agonista, era una ragazza che «tre volte a settimana era al campo e due in palestra a fare pesi». Parole che suonano come un’implicita smentita alle ipotesi di un malore improvviso, avanzate dopo il ritrovamento del suo corpo nella piscina di una villa a Bagheria, nella notte tra il 1° e il 2 agosto, durante una festa di laurea.
Gli inquirenti – che ancora lavorano per chiarire le dinamiche dell’accaduto – hanno sequestrato bottiglie di alcolici nella proprietà, ma la Procura di Termini Imerese, attraverso il sostituto Lorenza Turnaturi, ha voluto precisare alcuni dettagli. Contrariamente a quanto sostenuto dalla famiglia, Simona non sarebbe stata vista per ore prima del ritrovamento: alcuni partecipanti alla festa, rimasti fino all’alba, l’hanno notata «esanime sul fondo, in un angolo poco illuminato», lontano dall’area dove erano concentrati bar e musica. In almeno due, raccontano i pm, si sono tuffati nel tentativo di soccorrerla.
Garofalo, però, insiste su un punto: «Era un’atleta sana». L’iscrizione alla Federazione pallavolo, con l’obbligo del certificato agonistico, rafforza i dubbi sulla possibilità che un problema di salute abbia causato l’annegamento. La Procura, intanto, smentisce versioni «inesatte» e precisa che al momento non ci sono indagati. Le verifiche tossicologiche e l’autopsia potrebbero sciogliere i nodi ancora irrisolti, ma intanto le parole di chi la conosceva dipingono il ritratto di una giovane forte, lontana dallo stereotipo della vittima fragile.




