Si apre a Milano il processo di beatificazione di Marco Gallo, il ragazzo morto a diciassette anni che cercava l’infinito
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Redazione Interno
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Sarà l’arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, a presiedere sabato 7 marzo, nella cappella arcivescovile di piazza Fontana, la cerimonia con cui prenderà ufficialmente il via la fase diocesana del processo di beatificazione e canonizzazione di Marco Gallo, il giovane nato a Chiavari nel 1994 e scomparso prematuramente il 5 novembre del 2011, un sabato mattina, mentre in sella al suo motorino stava raggiungendo il liceo scientifico “Don Gnocchi” di Carate Brianza, dove frequentava l’ultimo anno. Un tragico incidente stradale, avvenuto a Sovico, spezzò quella che i familiari e gli amici descrivono come una potenza di vita, un’esuberanza che lo portava a cercare continuamente nuove sfide, tra corse e scalate in montagna, ma che lasciava intravedere, fin dall’infanzia, un’inquietudine ben più profonda. La Chiesa, riconoscendogli il Titolo di Servo di Dio, avvia ora quell’iter che, attraverso l’esame della sua vita, delle sue virtù e della fama di santità che negli anni è andata consolidandosi, potrebbe un giorno portarlo alla gloria degli altari, e non si può non notare come la data prescelta per l’apertura del processo, il 7 marzo, coincida con il giorno della sua nascita, avvenuta nel 1994.
L’adolescenza tra Brianza, fede e un’esuberanza mai sopita
Il percorso umano e spirituale di Marco Gallo si è dipanato tra diversi territori, da Casarza Ligure, dove trascorse i primissimi anni, ad Arese, quindi a Lecco, città in cui ricevette la Prima Comunione e la Cresima nella basilica di San Nicolò, e infine a Monza, dove la famiglia si trasferì quando lui aveva già iniziato le superiori. E proprio negli anni del liceo, frequentato a Carate Brianza, la sua ricerca dell’infinito, quel desiderio di qualcosa che andasse oltre la superficie delle cose, trovò un approdo più consapevole nell’esperienza di Gioventù studentesca, il movimento giovanile legato a Comunione e Liberazione, di cui facevano parte anche i genitori, Antonio e Paola. Non era, la sua, una fede intimistica o ripiegata su sé stessa, ma una spinta che lo portava a coinvolgere i compagni, a invitarli a iniziative di volontariato, come l’aiuto scolastico ai ragazzi di Biassono e Inverigo o la compagnia agli anziani disabili dell’istituto don Orione di Seregno; un modo, il suo, di testimoniare quotidianamente che la gioia, quella vera, era una conseguenza naturale dell’incontro con Cristo, un’intuizione che emerge con forza anche dai suoi scritti, quei quaderni e quei fogli sparsi in cui, con una maturità che lascia stupiti, annotava pensieri e riflessioni teologiche.
Quella frase sul muro, la notte prima di morire: un segno che attraversa il tempo
La sera che precedeva l’incidente, Marco, con la sua grafia mancina, scrisse sul muro della sua camera da letto, accanto al crocifisso di san Damiano, una frase tratta dal Vangelo di Luca: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Un’iscrizione che, scoperta il giorno successivo dai familiari, nel pieno di un dolore inimmaginabile, assunse immediatamente i contorni di un segno profetico, di una sintesi folgorante del suo cammino, come se quel ragazzo, poche ore prima che la sua vita terrena si interrompesse, avesse voluto lasciare una traccia, una domanda che era già una risposta. La fama di santità, che non si è spenta dopo la sua scomparsa ma anzi, come sottolineano i documenti ufficiali, si è consolidata e diffusa, è testimoniata dalla partecipazione costante e in crescita di centinaia di giovani, ogni anno, ai pellegrinaggi organizzati in sua memoria, sia al santuario di Nostra Signora di Montallegro, a Rapallo, sia nel Duomo di Monza, dove lo stesso cardinale Angelo Scola, appena una settimana dopo la morte, lo propose come esempio ai ragazzi della diocesi durante gli esercizi spirituali. A sollecitare l’apertura della causa è stato monsignor Giampio Luigi Devasini, vescovo di Chiavari, la diocesi d’origine, che si è costituito attore per seguirne l’iter, e ora l’appello, attraverso l’editto firmato da don Marco Gianola del servizio per le Cause dei Santi, è rivolto a tutti coloro che abbiano testimonianze significative o scritti del giovane, affinché vengano presentati alla Curia arcivescovile di Milano.
L’eredità di un ragazzo normale e la ricerca della felicità
La madre di Marco, Paola, ha raccontato più volte quel sabato mattina, il rimprovero per il rumore del motorino, il saluto frettoloso, e poi lo schianto, il senza un graffio, senza una goccia di sangue, ma il collo spezzato; una dinamica che rende ancora più lancinante il contrasto tra quella potenza vitale e l’improvviso spegnersi. Eppure, ciò che emerge dalle testimonianze raccolte in questi anni, e ora confluiti anche in un libro che raccoglie i suoi scritti e i ricordi di chi lo ha conosciuto, intitolato “Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare”, è la figura di un adolescente che, pur nella sua normalità fatta di amici, sport e interessi comuni, aveva fatto della domanda sulla felicità il centro della propria esistenza. Lo chiedeva continuamente alla sorella Francesca, anche la notte prima di morire: “Fra’, tu sei felice?”, e in quella domanda non c’era retorica, ma la consapevolezza che la felicità non fosse un’emozione passeggera, bensì il frutto di una relazione, di una scelta, di uno sguardo costante verso l’Altro. Ora che la Chiesa ha aperto formalmente l’inchiesta diocesana, sarà compito dei tribunali ecclesiastici vagliare ogni aspetto della sua vita, per accertare se quelle virtù siano state vissute in grado eroico, e, solo in seguito, qualora venga riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione, si potrà giungere alla beatificazione, un cammino lungo e complesso che, proprio come la ricerca di Marco, non si accontenta delle apparenze, ma cerca l’essenziale.




