L’arcivescovo Delpini apre la causa di beatificazione per Marco Gallo, il diciassettenne morto a Sovico: «Una proposta di vita per tutti»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è aperta ufficialmente, nella Cappella arcivescovile di Milano, la fase diocesana del processo di beatificazione che riguarda Marco Gallo, il ragazzo scomparso a soli diciassette anni nel 2011, dopo essere stato investito mentre si recava a scuola a Sovico, in provincia di Monza e Brianza. L’arcivescovo Mario Delpini, presiedendo la cerimonia nello stesso giorno in cui il giovane avrebbe compiuto trentadue anni, ha dato il via ai lavori della commissione incaricata di esaminare la vita, le virtù e la fama di santità di colui che la Chiesa, da questo momento, riconosce ufficialmente come Servo di Dio. «Celebriamo non la memoria di una persona ammirevole, esemplare e interessante per tanti aspetti», ha tenuto a precisare Delpini dinanzi ai familiari, agli amici e a una folla di fedeli, collegate in streaming in oltre quattromila, «ma una proposta di vita con lo scopo di incoraggiare tutti noi alla santità». Una distinzione, quella operata dal presule, che sposta il baricentro dalla semplice commemorazione di un ragazzo dalle spiccate qualità umane e spirituali alla possibilità concreta, per chiunque, di percorrere un cammino di fede autentico e radicale, anche in giovane età.

Una vita breve ma intensa, tra fede, sport e servizio agli ultimi

Nato a Chiavari nel 1994, Marco ha trascorso l’infanzia tra la Liguria e la Lombardia, seguendo gli spostamenti della famiglia, per stabilirsi infine a Monza. Iscrittosi al liceo scientifico don Gnocchi di Carate Brianza, emerge dai racconti di chi lo ha conosciuto — e che ora sarà chiamato a testimoniare nel corso dell’inchiesta diocesana — un ragazzo dal temperamento vivace, appassionato di sport, in particolare di atletica e montagna, ma animato da una ricerca interiore che lo portava a interrogarsi costantemente sul senso dell’esistenza. La sua fede, maturata anche attraverso l’esperienza in Gioventù studentesca, il movimento giovanile di Comunione e Liberazione, non rimase mai un fatto privato: Marco coinvolgeva i compagni in iniziative di volontariato, organizzando aiuti scolastici per ragazzi più in difficoltà e trascorrendo i pomeriggi domenicali in compagnia degli anziani disabili ospiti dell’Istituto don Orione di Seregno. Un attivismo, il suo, che nasceva dalla convinzione, come ebbe a scrivere, che «la felicità non è vera se non è condivisa».

La tragica mattina del 5 novembre 2011 e il segno lasciato sul muro

Il 5 novembre di quindici anni fa, la vita di Marco si spezzò sull’asfalto di viale Monza, a Sovico, quando la sua moto si scontrò con un’auto condotta da un uomo di settant’anni. Un incidente stradale che lasciò sgomenta la comunità e che stroncò sul nascere una giovane esistenza piena di promesse. Ma ciò che rese subito evidente a familiari e amici la profondità del suo percorso interiore fu la scoperta, fatta nella sua stanza proprio dopo la tragedia, di una frase che Marco aveva vergato sul muro accanto al crocifisso, la sera prima di morire: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». Un interrogativo tratto dal Vangelo di Luca che, lungi dall’essere un semplice memento mori, suona piuttosto come una dichiarazione di fede nella risurrezione e un invito a guardare oltre l’apparenza della morte, cercando il senso ultimo delle cose.

L’iter processuale e la fama di santità che non si è spenta

A spingere per l’apertura formale della causa è stata la fama di santità che, lungi dallo scemare, si è consolidata negli anni intorno alla figura di Marco Gallo, attirando al suo ricordo un numero crescente di persone, in particolare giovani, che ogni anno partecipano ai pellegrinaggi in sua memoria presso il Santuario di Nostra Signora di Montallegro, a Chiavari. Già monsignor Giampio Luigi Devasini, vescovo di Chiavari, si era costituito attore della causa, e il 10 giugno del 2024 l’arcivescovo Delpini aveva accolto il Supplice Libello presentato dal postulatore, padre Andrea Mandonico. Con la sessione pubblica del 7 marzo, e il successivo giuramento della commissione di inchiesta, si apre ora la fase diocesana del processo, che prevede la raccolta di tutte le testimonianze e degli scritti del giovane – i suoi quaderni, i diari, le lettere – per documentarne l’esercizio eroico delle virtù. Sarà compito del tribunale istituito dall’arcidiocesi ascoltare coloro che lo hanno conosciuto e vagliare ogni elemento utile, in un cammino che, nelle intenzioni della Chiesa, non mira a celebrare un singolo, quanto a proporre «una via che può portare alla santità», come ha ribadito Delpini, percorribile da chiunque, anche nella quotidianità di un’esistenza interrotta troppo presto.

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