Robert Mueller è morto. Trump: “Non nuocerà”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La morte di Robert Mueller, avvenuta all’età di 81 anni, chiude una vicenda umana e professionale che per oltre mezzo secolo ha intersecato alcuni dei capitoli più delicati della storia americana, dalla riorganizione dell’Fbi dopo l’11 settembre fino al lungo braccio di ferro giudiziario che ha segnato il primo mandato di Donald Trump. Mueller, che dell’Fbi era stato direttore dal 2001 al 2013, fu chiamato nel 2017 dal dipartimento di Giustizia a rivestire il ruolo di consigliere speciale, un incarico che gli avrebbe consegnato la responsabilità di condurre le indagini su quelle che sarebbero poi divenute note come le trame del Russiagate, ovvero le presunte collusioni tra il Cremlino e la campagna elettorale che portò Trump alla Casa Bianca.

La sua nomina, in un clima politico già infuocato, fu letta da alcuni come la garanzia di un’indagine condotta con il crisma dell’autorevolezza istituzionale; Mueller era un repubblicano di ferro, nominato originariamente da George W. Bush e poi riconfermato da Barack Obama, una figura austera e nota per il rigore, tratti che lo rendevano, agli occhi dei suoi sostenitori, l’interprete ideale di un’inchiesta che avrebbe dovuto tenersi al riparo dalle pressioni della politica. Le sue indagini si conclusero nel 2019 con un rapporto che accertava come la Russia avesse interferito nelle elezioni del 2016 proprio con l’obiettivo di favorire Trump, pur non stabilendo un’intesa criminale tra l’allora candidato e Mosca.

Un’eredità che riapre i conti della polarizzazione

A distanza di anni, la scomparsa di Mueller riporta alla ribalta una stagione politica in cui il concetto di legalità istituzionale veniva ancora evocato come argine alle derive del potere, e lo fa in un momento storico radicalmente diverso per il paese. Trump, oggi nuovamente presidente, non ha atteso molto per rivendicare la propria lettura degli eventi, commentando con una battuta a effetto il decesso dell’uomo che per quasi due anni tenne l’America con il fiato sospeso: “Robert Mueller è morto. Non nuocerà”, ha dichiarato, con un’allusione esplicita all’inchiesta che definì fin dall’inizio una “caccia alle streghe”. Fu proprio durante lo svolgimento di quelle indagini, va ricordato, che si consolidò una frattura nel tessuto politico nazionale, alimentata dall’ostruzionismo della Casa Bianca e dalla narrazione alternativa promossa dall’allora presidente contro il cosiddetto “deep state”.

Per Mueller, il Russiagate rappresentò l’atto conclusivo di una carriera spesa al servizio di un’amministrazione della giustizia che egli stesso aveva contribuito a definire; prima di essere nominato procuratore speciale, aveva già lasciato un’impronta indelebile alla guida dell’Fbi, traghettando l’agenzia attraverso la più grande riorganizzazione della sua storia successiva agli attentati dell’11 settembre. Fu lui, in quegli anni, a normalizzare un apparato di sicurezza interno le cui prerogative, in nome della lotta al terrorismo, si espansero fino a toccare zone grigie del diritto, un’eredità complessa che oggi, nella sua scomparsa, emerge accanto a quella più immediatamente politica del Russiagate.

La figura del repubblicano che sfidò il proprio partito

Il rapporto che Mueller consegnò nel 2019, al termine di ventidue mesi di indagini che portarono a decine di rinvii a giudizio e condanne per alcuni dei più stretti collaboratori di Trump, dipinse il ritratto di una presidenza costantemente sospesa tra l’esercizio del potere e l’ombra dell’ostruzione. Pur astenendosi dal formulare un giudizio esplicito sull’operato del presidente in carica, Mueller lasciò intendere con le sue stesse parole, lette in una successiva conferenza stampa, che l’assenza di un’accusa formale non equivalesse a una declaratoria di innocenza. Era un modo, quello del procuratore, per restituire la patata bollente al Congresso, in un passaggio che avrebbe alimentato un’ulteriore fase di conflitto istituzionale, con l’allora presidente che avrebbe comunque tirato dritto definendo l’esito del rapporto come una “totale assoluzione”.

Mueller, nel suo ruolo di consigliere speciale, fu oggetto di attacchi continui da parte di Trump e dei suoi alleati, che ne misero in discussione la credibilità e la presunta conflittualità di interessi, tentando in tutti i modi di delegittimare un’inchiesta che consideravano un tentativo di colpo di Stato mediatico. La sua condotta, al contrario, fu improntata a un riserbo quasi maniacale: evitò i riflettori, non rilasciò dichiarazioni pubbliche fino alla conclusione dei lavori e costruì un’indagine basandosi esclusivamente su un impianto accusatorio che raramente usciva allo scoperto, lasciando invece parlare i capi d’imputazione e le verifiche incrociate.

L’ombra del Russiagate e il nuovo corso della Casa Bianca

La morte di Mueller arriva in un momento in cui gli Stati Uniti sono proiettati in una nuova era politica, con Donald Trump tornato alla presidenza e con le residue tensioni del Russiagate che hanno ormai lasciato il posto a sfide istituzionali di altra natura. Eppure, il lavoro del procuratore speciale — con le sue 448 pagine di rapporto, le interviste ai testimoni e gli interrogatori dei vertici dell’amministrazione — rappresenta ancora oggi l’archivio più dettagliato di come un presidente cercò, già all’inizio del suo primo mandato, di influenzare il corso di un’indagine che lo riguardava direttamente.

Per molti osservatori, Mueller rimarrà l’emblema di un certo modo di intendere la funzione pubblica: tecnico, distaccato, ancorato a una visione dello Stato che prescinde dalle appartenenze di partito. Fu proprio questa sua indole, unita alla volontà di non esporsi mai in prima persona nello scontro politico, a farne al contempo un bersaglio perfetto per le critiche dei trumpiani e un riferimento insostituibile per chi, in quegli anni, vedeva nella sua inchiesta l’ultimo baluardo della legalità contro le ingerenze russe e le interferenze del potere esecutivo. La sua assenza, oggi, lascia scoperto quel pezzo di storia recente che lega inestricabilmente il suo nome a una delle più grandi crisi istituzionali della politica americana contemporanea.

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