Inflazione, l'Istat certifica un aumento dei prezzi del 63% tra il 2000 e il 2025
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Redazione Economia
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Tra il 2000 e il 2025 l'indice dei prezzi al consumo in Italia è cresciuto in media del 63 per cento, ma dietro questa cifra si nascondono dinamiche profondamente diverse, con rincari che in alcuni comparti hanno superato il 100 per cento e altri che invece hanno registrato diminuzioni anche consistenti. È quanto emerge dal report "Storie di dati" diffuso dall'Istat in occasione delle celebrazioni per il centenario dell'Istituto, un lavoro che ricostruisce le trasformazioni del Paese attraverso un secolo di statistiche.
Abitazione e utenze trainano i rincari
Il capitolo più pesante per i bilanci delle famiglie riguarda l'abitazione e le utenze domestiche, dove i prezzi hanno registrato un incremento vicino al 120 per cento, trainati dalle spese per elettricità e combustibili. All'interno di questa categoria, le bollette di luce e gas hanno subito rincari particolarmente consistenti, con un aumento complessivo del 145 per cento, mentre gli affitti sono cresciuti del 51 per cento, una percentuale inferiore alla media generale.
Anche gli alcolici e i tabacchi hanno superato la soglia del 100 per cento, con un incremento del 115 per cento, così come i servizi finanziari e assicurativi, saliti del 107 per cento. I beni alimentari e le bevande si attestano intorno al 90 per cento, di poco sopra la ristorazione e l'alloggio, che segnano un +86 per cento, mentre i trasporti, intesi come acquisto di auto e carburanti, si fermano al 78 per cento.
Sanità, istruzione e comunicazioni in controtendenza
Non tutti i settori hanno seguito la stessa traiettoria. I servizi sanitari hanno registrato un aumento contenuto, pari al 16 per cento, e quelli legati all'istruzione si sono fermati al 25 per cento, entrambi ben al di sotto dell'inflazione generale. Ancora più marcata è stata la diminuzione dei prezzi dei beni e servizi legati all'informazione e alla comunicazione, scesi del 58 per cento, un calo determinato dai cambiamenti tecnologici, dall'evoluzione dei prodotti e dalla maggiore concorrenza internazionale.
Nel loro complesso, i beni industriali non energetici hanno visto un incremento di poco superiore al 25 per cento nello stesso arco di tempo.
Il confronto con il 1926 e il potere d'acquisto
Il report offre anche un confronto sul lunghissimo periodo, mostrando come sia cambiata la quantità di alimenti acquistabile con cinque euro tra il 1926 e il 2025. Con questo importo, nel 1926 si potevano comprare 5,5 chilogrammi di patate, mentre nel 2025 la quantità scende a circa tre chilogrammi. Fenomeni analoghi interessano il pane e il latte e, in misura minore, la carne bovina, prodotti caratterizzati da una forte componente di lavoro o da costi produttivi più difficili da comprimere.
Per altri beni, invece, il rapporto si è invertito: la pasta secca di grano duro è passata da 1,3 chilogrammi nel 1926 a quasi tre nel 2025, mentre lo zucchero, che cento anni fa costava quasi due volte e mezzo il pane, oggi è meno di un terzo. Nel complesso, dalla metà degli anni Cinquanta a oggi i prezzi dei beni sono aumentati di circa 30 volte, quelli dei servizi di circa 60.
Le crisi energetiche e il quadro europeo
L'Istat ricorda poi le tre grandi crisi energetiche che hanno attraversato il Paese: quella del 1973-74, quella del 1979-80 e quella del 2021-22. In tutti e tre i casi gli aumenti su base annua dei prezzi finali dei beni energetici hanno superato il 50 per cento, raggiungendo il massimo storico del 71,6 per cento nell'ottobre 2022. Nel confronto europeo, Italia e Spagna hanno mostrato dinamiche inflazionistiche più accentuate rispetto a Germania e Francia, facendo più fatica ad adeguarsi alla disciplina dei prezzi imposta dalla moneta unica.
Dall'introduzione dell'euro, tuttavia, i tassi di inflazione sono stati più contenuti per tutti e quattro i Paesi, e negli ultimi dieci anni Italia e Francia hanno registrato dinamiche simili, con tassi inferiori rispetto agli altri due.
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