L’Istat certifica la crescita dei salari ma il conto con l’inflazione resta ampiamente in rosso per milioni di lavoratori

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nonostante il recupero nominale registrato nei primi mesi del 2026, la fotografia scattata dall’Istituto nazionale di statistica restituisce un’immagine dell’economia italiana carica di contraddizioni. Da un lato, infatti, la retribuzione oraria media nel periodo compreso tra gennaio e marzo ha segnato un incremento del 2,6% rispetto allo stesso trimestre del 2025, un dato che supera il tasso di inflazione – il che, tecnicamente, rappresenta una buona notizia per i portafogli dei dipendenti. Dall’altro lato, però, questo miglioramento congiunturale, seppur tangibile, non riesce ancora a sanare la ferita apertasi con la crisi energetica e inflattiva degli anni precedenti. La stessa analisi dell’ente di statistica evidenzia come, nonostante questa crescita, il divario accumulato resti drammaticamente ampio: rispetto ai livelli del 2021, le retribuzioni reali lorde (cioè al netto della variazione dei prezzi al consumo) risultano ancora inferiori di quasi otto punti percentuali, un’emorragia di potere d’acquisto che le famiglie faticano a recuperare.

Rincorsa al rialzo nella Pa e nei servizi, l’industria resta indietro

A guardare i dettagli settoriali forniti dal rapporto, emerge una dinamica piuttosto eterogenea. A trainare la ripresa tendenziale degli stipendi, a marzo 2026, è stata prevalentemente la pubblica amministrazione, dove l’aumento congiunturale su base annua ha raggiunto un +3,2% – ben al di sopra della media nazionale. Una performance che testimonia l’accelerazione impressa ai rinnovi contrattuali in un comparto spesso accusato di stagnazione. Per i dipendenti del comparto privato, invece, la musica cambia leggermente: sia per l’industria sia per i servizi privati, l’incremento si è fermato al +2,3% in entrambi i casi. I dati diffusi dall’Istat segnalano inoltre che l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie, nello specifico del mese di marzo, è salito dello 0,1% rispetto a febbraio e del 2,4% su base annua. In pratica, mentre lo stipendio cresce, lo fa a velocità diverse a seconda del settore di appartenenza, con i dipendenti statali che vedono un recupero più rapido rispetto ai colleghi dell’industria privata.

La corsa ai rinnovi accelera ma restano oltre quattro milioni i lavoratori in attesa

Uno degli aspetti più significativi emersi dall’indagine statistica riguarda la velocità con cui vengono siglati i nuovi contratti collettivi. Il tempo medio di attesa per chi ha un contratto scaduto si è drasticamente ridotto. Secondo le rilevazioni effettuate tra marzo 2025 e marzo 2026, l’attesa è passata da 23,1 a 14,9 mesi: un miglioramento netto di oltre otto mesi, trainato quasi esclusivamente dall’efficienza dimostrata dalla pubblica amministrazione. In questo comparto, infatti, i tempi sono crollati in un solo anno da 36,6 mesi a soli 15 mesi (un dato che ha dell’incredibile, se si considera la rigidità storica della macchina burocratica). Tuttavia, nonostante questa accelerazione, il quadro rimane pesante. Alla fine di marzo, risultano ancora in attesa di rinnovo 29 contratti collettivi nazionali, una situazione che coinvolge direttamente circa 4,1 milioni di lavoratori dipendenti. Tra questi, circa 1,2 milioni appartengono al settore privato mentre la stragrande maggioranza – precisamente 2,8 milioni – è impiegata nella pubblica amministrazione. Ciò significa, in soldoni, che un lavoratore dipendente su tre è ancora in attesa di un adeguamento contrattuale che gli permetta di recuperare, almeno in parte, quanto perso sull’inflazione.

Il governo punta sul dialogo con Confindustria in un contesto di fragilità strutturale

In questo quadro di luci e ombre, la strategia del governo sembra orientarsi a privilegiare il canale della trattativa privata rispetto a interventi unilaterali. Mentre l’esecutivo, come noto, ha scelto di seguire le indicazioni di Confindustria nella gestione della materia contrattuale – preferendo un approccio “responsabile” e negoziato con le parti sociali piuttosto che imposizioni per legge – il tessuto produttivo mostra tutti i suoi limiti. L’Istat certifica che, nonostante i salari corrano più veloci dei prezzi in questo preciso istante storico, la fotografia a più ampio raggio è quella di un potere d’acquisto che arranca. I lavoratori, quelli con la busta paga bloccata da mesi o anni, continuano a subire gli effetti dell’impennata dei prezzi passata, e il recente +2,6% della retribuzione oraria – per quanto matematicamente superiore all’inflazione – è solo il primo passo di una lunghissima marcia di risalita. Ecco perché, se da un lato i dati sulla dinamica dei rinnovi fanno ben sperare (con un record di velocità nella Pa), dall’altro la massa critica dei 4,1 milioni di addetti ancora in attesa di un aumento concreto rischia di frenare qualsiasi effettiva ripresa della domanda interna.

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