Pressione fiscale al 51,4 per cento, l’Istat certifica il crollo del potere d’acquisto
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Redazione Economia
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L’ultimo trimestre del 2025 ha consegnato all’Italia un dato che non si vedeva da più di un decennio: la pressione fiscale – cioè il rapporto tra imposte pagate da famiglie e imprese e il reddito prodotto – ha sfondato quota 51,4 per cento. A dirlo è l’Istat, che nelle sue rilevazioni periodiche fotografa un paese dove il peso del fisco, lungi dall’alleggerirsi, continua a premere come non accadeva dai tempi della crisi dei debiti sovrani. Per avere un termine di paragone, bisogna tornare indietro fino al 2014: allora il prelievo si era spinto fin quasi ai livelli attuali, per poi calare gradualmente negli anni successivi. Oggi, invece, la tendenza si è bruscamente invertita.
Reddito disponibile in caduta libera e famiglie sempre più in difficoltà
Se le tasse salgono, quel che resta in tasca ai consumatori inevitabilmente si riduce. E infatti l’istituto nazionale di statistica ha registrato anche una contrazione del reddito disponibile delle famiglie, accompagnata da un altrettanto netto calo del potere d’acquisto. Tradotto in termini concreti: chi lavora e guadagna, alla fine del mese si ritrova con meno soldi per fare la spesa, pagare l’affitto o mettere da parte un risparmio. La fotografia che ne esce è quella di un sistema economico in cui l’erosione fiscale divora una fetta sempre più ampia dei salari, mentre l’inflazione – sebbene in rallentamento rispetto ai picchi del biennio precedente – non ha restituito alle famiglie quella capacità di spesa che i rincari avevano sottratto. Di questo malessere diffuso si è fatta portavoce anche Confcommercio, l’associazione che riunisce i commercianti: nel suo ultimo rapporto l’organizzazione ha parlato senza mezzi termini di “aumento del disagio sociale”, un’espressione che sottende bollette pesanti, affitti cari e un carrello della spesa che continua a pesare sul bilancio domestico.
Il nodo del deficit al 3 per cento e la sfida del governo a Bruxelles
C’è però un altro numeretto, apparentemente tecnico ma carico di conseguenze politiche, che sta tenendo banco nei palazzi romani. Si tratta dell’obiettivo di deficit al 3 per cento del Pil, la soglia massima consentita dal Patto di stabilità europeo. Il governo guidato da Giorgia Meloni – che siede a Palazzo Chigi dopo la vittoria elettorale del centrodestra – si è impegnato a centrare questo traguardo già nel corso del 2025. Una sfida non da poco, se si considera che l’Italia, insieme ad altri paesi comunitari, era entrata nel 2024 in una procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo. La procedura era rimasta sospesa per quattro anni a causa della pandemia, ma con la ripresa delle regole fiscali europee i conti pubblici tornano sotto la lente di Bruxelles. E se il deficit dovesse superare quella fatidica soglia del 3 per cento, il nostro paese non potrebbe uscire dalla procedura d’infrazione, con tutte le conseguenze del caso in termini di vincoli e possibili sanzioni.
Numeri impietosi e promesse mancate: la “rivoluzione copernicana” tradita dai fatti
A rendere ancora più amaro il quadro provvedono una serie di indicatori che, presi nel loro insieme, raccontano un fallimento delle politiche economiche messe in campo dall’esecutivo. L’Ocse ha tagliato le stime di crescita del Pil per il 2026, e così hanno fatto anche S&P e Bankitalia: quest’ultima, in particolare, ha ipotizzato per lo scenario più avverso una crescita ferma allo zero per cento. La produzione industriale continua a dare segnali negativi, l’occupazione ha registrato a febbraio una battuta d’arresto e i dati sul lavoro povero mostrano un aumento delle persone in grave stato di deprivazione materiale e sociale. A completare il quadro arrivano i conti pubblici: nel 2025 la pressione fiscale è stata del 43,1 per cento, ovvero 0,7 punti percentuali in più rispetto all’anno precedente. Un livello che non si vedeva da undici anni. Eppure, quando Giorgia Meloni si presentò in Parlamento per chiedere la fiducia al suo primo governo, parlò di una “rivoluzione copernicana” e di un “nuovo patto fiscale” fondato su tre pilastri. Il primo, disse testualmente, era “ridurre la pressione fiscale su imprese e famiglie”. Una promessa – quella dell’abbassamento delle tasse – con cui l’intero centrodestra, da Fratelli d’Italia a Forza Italia fino alla Lega, aveva vinto le elezioni. I numeri odierni raccontano però una storia diversa.




