Petrolio, la mossa a sorpresa di Trump che allenta le sanzioni all’Iran per calmare i prezzi (ma infiamma il Golfo)

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A poco meno di un mese dall’inizio del conflitto, con i caccia americani e israeliani che ancora martellano le postazioni militari e le infrastrutture iraniane, l’amministrazione Trump ha messo in scena una delle giravolte più paradossali della recente politica energetica. Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha annunciato una sospensione temporanea delle sanzioni su circa 140 milioni di barili di greggio iraniano, quelli che galleggiano in attesa di acquirenti al largo delle coste cinesi o stoccati in petroliere ferme in mare. Una mossa, quella di Washington, che nella sostanza cerca di iniettare liquidità in un mercato impazzito – dove il Brent ha sfiorato quota 119 dollari – ma che nella forma rappresenta un’improvvida ammissione di debolezza, costringendo gli Stati Uniti a fare affidamento proprio sul nemico che stanno bombardando per spegnere l’incendio dei prezzi.

Il paradosso, peraltro, non si ferma alle contraddizioni della Casa Bianca. La decisione, accolta con forte irritazione dai Paesi del Golfo Persico secondo quanto riportato da fonti di Argus, rischia di indebolire ulteriormente la coesione tra gli alleati tradizionali. I sauditi, insieme a kuwaitiani ed emiratini, avevano già dovuto ridurre la produzione nelle scorse settimane non per volere dell’Opec, ma per una questione meramente fisica: con lo Stretto di Hormuz praticamente bloccato – il traffico delle petroliere è crollato a causa degli attacchi iraniani – e i serbatoi di stoccaggio pieni, non c’era più spazio per il greggio estratto, rendendo inevitabili le dichiarazioni di forza maggiore come quelle già annunciate da Baghdad. L’allentamento delle restrizioni sui barili di Teheran, che Riad teme possa rafforzare economicamente il regime degli ayatollah, distoglie dunque l’attenzione dalla priorità assoluta: ripristinare la sicurezza dei transiti nello Stretto.

Sul piano strettamente economico, l’operazione targata Bessent ha il sapore di un intervento tampone più che di una soluzione strutturale. Per quanto i 140 milioni di barili iraniani rappresentino un volume significativo, gli analisti di Goldman Sachs hanno recentemente avvertito che il costo del greggio potrebbe restare stabilmente sopra la soglia dei 100 dollari fino al 2027, alimentato da uno scenario di rischio caratterizzato da coperture prolungate e perdite di offerta ampie e durature. L’Arabia Saudita, dal canto suo, ha lanciato un avvertimento ben più cupo: se le ostilità dovessero continuare con questa intensità, il prezzo del petrolio potrebbe schizzare fino a 180 dollari al barile entro aprile, un livello capace di innescare una recessione globale immediata. L’allentamento delle sanzioni, insomma, serve a guadagnare tempo, ma non risolve il nodo logistico che strangola il Golfo.

E intanto, nei fatti, la guerra ha già prodotto quello che fino a poche settimane fa sembrava impossibile. Venerdì scorso il Brent ha chiuso sopra i 112 dollari, mentre il greggio americano Wti si attestava sopra i 98 dollari. L’Iraq, impossibilitato a rispettare gli obblighi contrattuali a causa della situazione esterna, ha dovuto sospendere le operazioni di estrazione nei giacimenti gestiti da compagnie straniere, mentre il Qatar ha seguito a ruota. L’interruzione prolungata dei flussi attraverso Hormuz, dove transita circa il 20% del consumo globale di petrolio, ha costretto l’Agenzia Internazionale dell’Energia a certificare un crollo dell’offerta senza precedenti, con una riduzione stimata di 8 milioni di barili al giorno solo nel mese di marzo. Un vuoto che le riserve strategiche del G7 – seppur in via di rilascio – faticano a colmare.

La linea sottile tra sanzioni elastiche e credibilità occidentale

La deroga concessa a Teheran, peraltro, segue di pochi giorni un analogo provvedimento adottato per il petrolio russo, autorizzando la vendita di carichi fermi in mare fino all’11 aprile. Un’apertura a Mosca che ha fatto storcere il naso a Bruxelles e Kiev, dove si teme che il Cremlino possa incassare fino a dieci miliardi di dollari di entrate aggiuntive proprio mentre cerca di negoziare una via d’uscita dal conflitto ucraino. Il Consiglio europeo, per bocca del suo presidente, ha parlato di “ripercussioni sulla sicurezza europea”, segnalando una frattura crescente tra l’esigenza americana di calmierare la benzina in vista delle elezioni di medio termine e la strategia di lungo periodo degli alleati.

Washington, nella figura di Bessent, prova a vendere l’operazione come un atto di forza, sostenendo che “useranno i barili iraniani contro Teheran” per tenere i prezzi sotto controllo. Ma la realtà, per gli analisti dell’ISPI, è che ci si trova di fronte a un cambio di paradigma: le sanzioni non scompaiono, ma diventano modulabili, trasformandosi da strumento geopolitico rigido a leva flessibile per contenere l’inflazione. In questo gioco di equilibri instabili, dove il mercato sembra dettare i tempi più della strategia, la credibilità dell’intero impianto sanzionatorio occidentale rischia di indebolirsi, proprio mentre i riflettori restano puntati su uno Stretto di Hormuz rimasto troppo a lungo bloccato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.