Epatite A, nuovi casi a Catanzaro e l’onda lunga della paura nei mercati ittici
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Redazione Salute
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L’allarme, partito dalle coste campane con un’impennata di contagi anomala per la stagione, si è esteso fino alla Calabria dove, nelle ultime ore, si registra un nuovo focolaio. A Catanzaro, l’azienda ospedaliera universitaria ha confermato il ricovero di due pazienti risultati positivi al virus dell’epatite A, portando a quattro il numero di soggetti attualmente monitorati nel presidio ospedaliero. Sono quattordici, ad oggi, gli accessi complessivi in ospedale legati a questa recrudescenza: un numero sufficiente a far scattare le procedure d’emergenza da parte del dipartimento di prevenzione dell’Asp.
Le indagini epidemiologiche, avviate immediatamente a causa del picco anomalo di casi, hanno inizialmente escluso la contaminazione delle acque attraverso campionamenti che hanno dato esito negativo; gli sforzi si sono quindi concentrati sulla ricostruzione delle abitudini alimentari dei soggetti colpiti. Ed è proprio nell’ambito di queste verifiche – condotte nei ristoranti frequentati dai pazienti prima della comparsa dei sintomi – che è emerso un elemento cruciale: una partita di frutti di mare contaminata è stata individuata in un esercizio commerciale del litorale catanzarese. La scoperta ha spinto le autorità sanitarie a segnalare il caso agli organi competenti per risalire alla filiera di approvvigionamento, nella consapevolezza che la tracciabilità è l’unica arma per interrompere la catena del contagio in un settore, quello della ristorazione, dove il consumo di prodotti ittici crudi o poco cotti rappresenta il veicolo di trasmissione più frequente.
Il malcontento dei pescivendoli napoletani
Mentre i medici del reparto di malattie infettive monitorano l’evoluzione clinica dei nuovi ricoveri, a Napoli la tensione si sposta dalle corsie dell’ospedale Cotugno – dove nei giorni scorsi si è arrivati a utilizzare le barelle per far fronte all’afflusso di pazienti con sintomi itterici – fino ai mercati della città. La protesta dei pescivendoli, che si sono radunati a centinaia davanti a Palazzo San Giacomo, racconta il dramma economico parallelo a quello sanitario. Per loro, il nesso tra l’epatite A e la loro merce è stato dato per scontato dall’opinione pubblica senza attendere il responso delle analisi, creando quella che definiscono “una campagna denigratoria” alimentata da informazioni sommarie.
“Siamo trattati come se fossimo infetti, come se portassimo il virus”, ha dichiarato Angelo, portavoce di circa trecento pescherie partenopee, riassumendo il senso di un’ingiustizia subita. I numeri parlano chiaro: in alcuni punti vendita il crollo delle vendite ha raggiunto picchi tra l’80 e il 90%, con il Giovedì Santo – tradizionalmente legato al consumo della zuppa di cozze – che rischia di trasformarsi in una giornata di passivo anziché di guadagno. I rivenditori sottolineano un paradosso, amaro per loro: mentre le ordinanze dei sindaci, come quella firmata da Gaetano Manfredi, vietano esclusivamente la somministrazione di frutti di mare crudi nei pubblici esercizi raccomandando prudenza anche tra le mura domestiche, le immagini e i servizi giornalistici hanno finito per associare in modo indelebile la loro immagine a quella del pericolo. “Domenica scorsa i clienti si sono tenuti lontani dai nostri banchi – ha aggiunto il pescivendolo – quasi pensando che tutto fosse contaminato”.
La risposta delle istituzioni e i controlli nella filiera
A complicare il quadro, la consapevolezza che il periodo di incubazione del virus – che varia dai quindici ai cinquanta giorni – rende estremamente complesso risalire con certezza al pasto incriminato. I pescivendoli lo ricordano: non si può ridurre tutto a un divieto senza aver stabilito la vera origine dell’aumento dei contagi. Eppure, l’onda d’urto dei ricoveri ha imposto interventi immediati. Oltre ai controlli già effettuati dai Nas di Napoli, che hanno eseguito prelievi in ristoranti, pescherie e persino in mercatini di dubbia tracciabilità, la Regione Campania ha rafforzato le attività di monitoraggio lungo l’intera filiera dei molluschi bivalvi.
L’incontro tra i rappresentanti della categoria e l’assessora alle Attività Produttive Teresa Armato ha portato a un tentativo di ricucitura: da una parte il riconoscimento che le ordinanze nascono esclusivamente da esigenze di tutela della salute pubblica – un principio non negoziabile – dall’altra l’impegno a distinguere, nella comunicazione ufficiale, tra la vendita al dettaglio, che rimane consentita e sicura per i prodotti certificati, e il consumo di crudi. Le verifiche della polizia municipale, stando a quanto riferito, non avrebbero evidenziato criticità nelle attività regolari, spostando l’attenzione delle forze dell’ordine verso il commercio abusivo e le vendite prive di etichettatura, veri anelli deboli della catena alimentare.
Un equilibrio difficile tra salute e sussistenza
Per i pescivendoli, il momento è particolarmente duro. Alcuni di loro rievocano il ricordo del colera negli anni Settanta, quando per invogliare i clienti a tornare a comprare pesce si arrivava a regalare i prodotti. Oggi, a distanza di decenni, la paura sembra aver riacceso gli stessi meccanismi di diffidenza. Nonostante le rassicurazioni sulla bollitura – perché nel sauté di vongole o nella zuppa di cozze la temperatura raggiunta è sufficiente a uccidere qualsiasi embrione – le disdette continuano a fioccare.
A Catanzaro, intanto, il lavoro dell’Asp prosegue con l’obiettivo di circoscrivere il focolaio. La partita di frutti di mare contaminata individuata in un ristorante del litorale rappresenta un indizio importante, ma la ricostruzione della filiera richiederà tempo. Per i quattro pazienti monitorati nel presidio ospedaliero, come per gli oltre centocinquanta casi complessivamente registrati in Campania, l’attenzione resta alta. E mentre i medici raccomandano di evitare il consumo di molluschi crudi e di lavare accuratamente frutta e verdura, i mercati attendono che la distinzione tra allarme reale e percezione della paura torni a essere più chiara. Un equilibrio sottile, quello tra il diritto alla salute della collettività e la sopravvivenza di un settore che, in queste settimane di Pasqua, si gioca una fetta decisiva del proprio fatturato annuale.




