Niscemi si sbriciola, una frana inarrestabile e la beffa del freddo per gli sfollati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La terra, che sembrava un fondale stabile e perenne, ha iniziato a muoversi divorando metri su metri di orti e strade secondarie, per poi arrivare a lambire, con un fronte apparentemente inarrestabile, le prime case di quei quartieri che oggi appaiono come scenari spetrali. A Niscemi, paese di trentamila anime nel nisseno, il ciclone Harry ha innescato un fenomeno di smottamento che ha costretto all’evacuazione di oltre mille persone, mentre gli accessi al paese sono quasi del tutto interrotti e nuovi sgomberi, per abitazioni che non potranno più essere recuperate, sono ormai inevitabili. Negli ultimi due giorni il numero degli sfollati è salito a millecinquecento, mentre molti di loro si trovano al freddo, privi di vestiti di ricambio e di denaro, dopo aver abbandonato in fretta e furia negozi, uffici e abitazioni.

Un territorio fragile tra geologia e ritardi

Le immagini riprese dai droni mostrano un crollo impressionante a ridosso degli edifici residenziali, in un’area che già nel 1997 aveva registrato fenomeni simili, sebbene di minore entità. La frana di Niscemi, come del resto quella che poche ore prima ha interrotto la Via Aurelia tra Arenzano e Genova seppellendo la carreggiata sotto una colata di terra e massi, diventa così l’emblema di un’Italia fragile, dove i rischi naturali – frane, alluvioni, terremoti – sono intrinsecamente più elevati per la conformazione geologica della penisola. A concorrere al disastro, infatti, vi è proprio questa dinamica: il territorio italiano, geologicamente giovane e attivo, è per sua natura esposto a simili pericoli, che in molti altri contesti continentali risultano praticamente assenti.

La beffa dopo il dramma e i conti che non tornano

Accanto al fattore naturale, però, si staglia la drammatica quotidianità della gestione dell’emergenza, dove persino il gesto semplice di recuperare qualche effetto personale dalla propria casa diventa un’impresa. Gli agenti della Protezione Civile, infatti, devono impedire l’accesso alle zone pericolanti, come è accaduto a un ufono fermato con un trolley in mano a cui è stato detto di registrarsi in Comune e attendere che fossero le squadre autorizzate a recuperare gli oggetti. Mentre il governo ha stanziato cento milioni di euro per far fronte alla situazione, le stime dei danni parlano di cifre ben diverse, nell’ordine dei due miliardi, lasciando intravedere un divario tra le risorse allocate e la reale entità della catastrofe.

Due tragedie parallele su un filo comune

La cronaca di queste ore, del resto, ha visto due eventi speculari consumarsi agli opposti della penisola: da una parte la frana ligure sull’Aurelia, che ha interrotto una fondamentale arteria di comunicazione costiera e ha richiesto anche ricerche di eventuali dispersi, dall’altra lo stillicidio siciliano che continua a erodere pezzi di paese. Entrambi gli accadimenti, al di là della distanza geografica, poggiano le loro radici nella medesima vulnerabilità idrogeologica del Paese, una condizione che trasforma le precipitazioni intense non solo in disagi temporanei ma in mutazioni permanenti del paesaggio e della vita di chi lo abita.

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