Guerra in Iran, l’incontro segreto di Miami e la risposta di Teheran sull’uranio
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Redazione Esteri
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La diplomazia, si sa, vive di gesti improvvisi e di cambi di rotta tanto silenziosi quanto densi di significato. L’incontro che si è svolto a Miami – dove il segretario di Stato americano Marco Rubio e l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, hanno accolto il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani – ne è l’ennesima prova. Quest’ultimo, secondo quanto riferito da Axios, avrebbe dovuto fare ritorno a Doha dopo i colloqui di Washington con il vicepresidente J.D. Vance, e invece ha prolungato la sua permanenza negli Stati Uniti per spostarsi in Florida, segno evidente che il dossier iraniano non ammette più pause o rinvii.
Il nodo del negoziato: uranio e garanzie di restituzione
L’Iran, nel frattempo, ha consegnato la propria risposta scritta alla proposta americana per la fine delle ostilità. Le fonti citate dalla testata indicano che Teheran non dice di no, ma pone condizioni stringenti: chiede garanzie precise affinché l’uranio esportato – oggetto centrale dell’intesa – possa essere restituito in patria qualora i negoziati dovessero fallire o, ancora, qualora gli Stati Uniti decidessero in una fase successiva di ritirarsi unilateralmente dall’accordo. Una clausola, questa, che rivela tutta la sfiducia accumulata negli anni passati, quando le intese internazionali saltarono per effetto di scelte politiche improvvisamente revocate. L’Iran si dice inoltre disposto a sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma per un arco temporale più breve rispetto alla moratoria ventennale suggerita da Washington: una distanza non solo tecnica, ma politica, che misura il perimetro di una possibile tregua.
Il vertice con Khamenei e la retorica della rappresaglia
Sul fronte interno, la Repubblica islamica alza il tono della deterrenza. Il capo di stato maggiore unificato Khatam al-Anbiya, generale Ali Abdullah, è stato ricevuto dal leader supremo Mojtabah Khamenei – figura che convive con quella del padre Ali, pur in un equilibrio di poteri tutto iraniano – e ha assicurato, secondo l’agenzia Tasnim, che «le unità dei combattenti islamici possiedono spirito di combattimento, prontezza difensiva e offensiva, piani strategici, attrezzature e armamenti necessari per affrontare le azioni ostili dei nemici sionisti e americani». Il generale ha promesso che i nemici «si pentiranno» di qualsiasi aggressione. Un linguaggio aspro, che non lascia spazio a interpretazioni concilianti, ma che accompagna paradossalmente la trattativa ancora in corso.
Trump, i silenzi e la scorta armata nel Golfo
Donald Trump, da parte sua, ha rotto il silenzio con una dichiarazione che oscilla tra l’ottimismo e la minaccia: «Loro – gli iraniani – vogliono trattare». Ha detto che una risposta alla proposta americana potrebbe arrivare presto, ma ha anche riattivato sul tavolo l’opzione della scorta armata alle navi nel Golfo, un’eventualità che aveva già fatto salire la tensione nello Stretto di Hormuz proprio nelle settimane precedenti. Mosca, nel frattempo, ha gettato un’ancora: Vladimir Putin ha ribadito che la Russia è pronta a prendere in consegna l’uranio arricchito iraniano, esprimendo la convinzione che «un accordo può essere raggiunto». L’asse con Teheran, per il Cremlino, rappresenta anche una carta negoziale nei confronti di Washington, in un gioco di equilibri che tiene il mondo col fiato sospeso.




