Guerra in Iran, il petrolio vola e le Borse europee bruciano quasi mille miliardi in una settimana
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Redazione Economia
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L’escalation militare in Medio Oriente, con l’attacco coordinato di Stati Uniti e Israele al territorio iraniano e la conseguente risposta di Teheran, ha innescato una tempesta perfetta sui mercati finanziari globali, un terremoto che nella sola prima settimana di marzo ha cancellato dagli indici europei l’incredibile cifra di 918 miliardi di euro. Il listino di Milano, particolarmente esposto per via della sua composizione, ha subito un tracollo del 6,5%, trascinato al ribasso dal crollo dei titoli bancari e industriali, ma il dato più significativo, quello che racconta la portata sistemica della crisi, è la performance dell’indice Stoxx 600, il paniere che raggruppa le principali aziende del Vecchio Continente e che ha visto svanire nel nulla quasi mille miliardi di capitalizzazione. A pesare come un macigno non è solo il conflitto in sé, ma la sua diretta conseguenza sull’approvvigionamento energetico: il prezzo del greggio ha subito un’impennata verticale, con il Wti che ha guadagnato il 33% e il Brent il 26%, saldamente oltre la soglia psicologica dei 90 dollari al barile, un livello che non si vedeva da mesi e che riscrive al rialzo le aspettative sull’inflazione.
Il nodo cruciale, il vero e proprio polverone strategico che tiene col fiato sospeso le economie occidentali, è lo Stretto di Hormuz. Da quel passaggio obbligato transita circa un quinto del petrolio mondiale e una quota significativa del gas naturale liquefatto, e le immagini satellitari di oltre 150 petroliere ferme in mezzo al Golfo Persico, con gli equipaggi in attesa di capire se sia il caso o meno di proseguire, raccontano meglio di qualsiasi analisi il rischio concreto di un blocco delle forniture. Il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, è stato fin troppo chiaro nel suo avvertimento: se le navi non dovessero più passare, il prezzo del greggio potrebbe volare fino a 150 dollari al barile, una mazzata per un’economia globale già in affanno e che, nel caso specifico dell’Europa, ne metterebbe a dura prova la tenuta industriale. Le dichiarazioni del leader degli Stati Uniti, Donald Trump, che in un post ha chiesto la resa "incondizionata" dell'Iran, non hanno fatto altro che gettare benzina sul fuoco, facendo intendere che l'operazione militare, lungi dall'essere una scaramuccia, potrebbe proseguire per settimane.
L’incognita banche centrali e la fiammata del gas
Se il rialzo del petrolio rappresenta un problema strutturale, l’impennata del costo del gas aggiunge un ulteriore tassello di incertezza, in particolare per i mercati europei. Il prezzo del metano ha fatto segnare un balzo del 63%, una stangata che si ripercuote immediatamente sulle bollette di famiglie e imprese e che rischia di riaccendere la spirale inflattiva che si credeva ormai domata. Questo scenario complica oltremodo le scelte di politica monetaria della Banca Centrale Europea, che si trova di fronte a un bivio: da un lato la necessità di sostenere un’economia che rallenta per lo shock energetico, dall’altro l’obbligo di contrastare un’inflazione importata che rischia di riesplodere. Non è più così peregrina, infatti, l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi di interesse, una mossa che, se da una parte raffredderebbe i prezzi, dall’altra deprimerebbe ulteriormente la crescita e il credito, in un circolo vizioso che gli analisti di Barclays hanno definito ad alto rischio, sconsigliando acquisti impulsivi sui titoli azionari finché non si sarà delineato un quadro più chiaro.
Il dramma degli approvvigionamenti e le evacuazioni
Sul fronte operativo, la guerra assume i contorni di una crisi energetica senza precedenti recenti. Le notizie che giungono dai teatri di conflitto parlano di attacchi che hanno colpito l’aeroporto e gli impianti iracheni di Bassora, dove Eni è stata costretta a evacuare il personale, e un importante giacimento in Kurdistan. La chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, minacciata esplicitamente dalle guide della Rivoluzione iraniana che hanno promesso di "bruciare qualsiasi nave" tenti di attraversarlo, sta costringendo le petroliere a deviare le rotte o a rimanere ferme in rada, in attesa che la situazione si sblocchi. Il problema, tuttavia, è che il tempo non è una variabile indifferente: ogni giorno di blocco riduce le scorte e aumenta la tensione sui prezzi, con gli esperti che avvertono di ulteriori e inevitabili impennate se il conflitto dovesse proseguire. Lo spread tra il prezzo del greggio leggero e quello del Brent, unito alla fiammata del gas, ha già innescato un rincaro della benzina alla pompa negli Stati Uniti, un campanello d’allarme politico non indifferente per l'amministrazione Trump, che vede aumentare la pressione interna.
I conti con il rischio sistemico
La reazione dei listini del Vecchio Continente è stata violenta e trasversale. A Francoforte il Dax ha lasciato sul campo oltre il 3%, cancellando in un colpo solo i guadagni degli ultimi mesi, mentre Parigi e Londra hanno registrato cali rispettivamente del 3,3% e del 2,9%, con il settore bancario e assicurativo in forte sofferenza. Le società europee più esposte al ciclo economico, come i colossi chimici e manifatturieri tedeschi, hanno visto i loro titoli crollare, con Bayer e Siemens in calo di circa il 5%, un segnale che il mercato sta scontando non solo il costo dell’energia, ma anche una probabile contrazione della domanda globale. A peggiorare il quadro, si aggiungono i dati deludenti sul mercato del lavoro americano, che hanno mostrato una frenata nelle assunzioni, alimentando il timore che la prima economia mondiale non sia abbastanza solida da assorbire uno shock energetico di questa portata. Il combinato disposto tra guerra, inflazione e rallentamento economico ha spinto gli investitori verso una fuga dal rischio, con vendite massive che hanno colpito anche i titoli tecnologici, come dimostra il -2,5% di ASML, nonostante i fondamentali delle aziende non fossero cambiati. La sensazione diffusa, come sottolineato dagli strateghi di Citi, è che l'Europa, per sua conformazione, sia estremamente vulnerabile a questa impennata dei prezzi dell'energia e che qualsiasi ipotesi di ripresa, senza una risoluzione del conflitto, sia destinata a rimanere lettera morta.




