Guerra in Iran, le Borse europee bruciano 870 miliardi in due sedute e il volo del gas non si arresta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il dado è ormai tratto, e i mercati finanziari europei, dopo aver tentato una flebile resistenza, hanno dovuto soccombere alla violenza degli eventi bellici in Medio Oriente. La reazione degli investitori, di fronte all’escalation che vede contrapposti Israele e Stati Uniti all’Iran, è stata una ritirata massiccia e disordinata, che ha spazzato via in appena due giorni oltre 870 miliardi di euro di capitalizzazione dai listini del Vecchio Continente. Non si tratta soltanto di una correzione tecnica, bensì di un autentico terremoto finanziario innescato dalla paura di un conflitto esteso e dalla sua inevitabile ricaduta sull’economia reale, a partire dal caro-energia. Piazza Affari, in questa tempesta, sta navigando in acque tra le più agitate, con il suo indice principale, il Ftse Mib, che ha chiuso le contrattazioni lasciando sul terreno ben il 3,92 per cento, un tracollo che la pone tra le peggiori in Europa insieme alla sorella iberica di Madrid.

Il greggio e il gas dettano la legge, lo spettro dell’inflazione congela le Borse

Il motore primo di questo sell-off sui titoli azionari è facilmente identificabile nel balzo in avanti delle materie prime energetiche. Il petrolio, con il benchmark europeo Brent che ha superato quota 76 dollari al barile e il Wti americano che viaggia a livelli simili, non è che la punta dell’iceberg di un rincaro generalizzato che preoccupa analisti e banchieri centrali. È il prezzo del gas, però, a destare le maggiori inquietudini: ad Amsterdam, le quotazioni hanno superato abbondantemente la soglia dei 50 euro al megawattora, riportando alla memoria le tensioni dei mesi più bui della crisi energetica. Questo rincaro, va detto, non è alimentato solo dalla psicosi della guerra, ma da un fatto concreto e gravissimo: la chiusura, o meglio l’interdizione di fatto, dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una percentuale significativa del commercio mondiale di gas naturale liquefatto e di greggio. Il blocco, deciso dall’Iran come ritorsione, sta creando un imbuto logistico che fa lievitare i costi di trasporto, i cosiddetti noli, e rende incerto il futuro approvvigionamento delle industrie europee, già provate da un biennio di crisi.

Il rally dei titoli difensivi e il crollo dei settori ciclici a Piazza Affari

In questo scenario di paura, la Borsa di Milano dipinge un quadro emblematico di ciò che gli investitori pensano del futuro prossimo. Se da un lato si registra un vero e proprio boom per i titoli legati alla difesa e all’energia, con Leonardo che ha visto il proprio valore lievitare in modo significativo e Eni che ha chiuso in positivo, dall’altro lato lo scenario è a tinte fosche per l’industria manifatturiera e per il settore automobilistico. Stellantis, per esempio, ha subìto perdite a doppia cifra percentuali, un segnale chiaro di come il mercato tema un crollo della domanda in un contesto di inflazione alle stelle. E parlando di credito al consumo, non va meglio per le banche: istituti come Bper, Mps e Mediobanca sono stati letteralmente falcidiati dalle vendite, poiché un aumento del costo del denaro, necessario per contrastare l’inflazione importata, rischierebbe di innescare una recessione e di aumentare le sofferenze sui prestiti. È il vecchio, terribile meccanismo per cui ciò che giova alle materie prime, danneggia irrimediabilmente l’economia reale e i listini azionari.

La volatilità del cambio e l’incognita delle prossime sedute

Nemmeno il mercato valutario, in questo clima di incertezza, riesce a trovare una propria quadra. L’euro, che pure aveva tentato un recupero nelle settimane precedenti, è tornato a indebolirsi sensibilmente rispetto al dollaro, scambiando poco sopra la parità tecnica. Questo deprezzamento, se da un lato potrebbe aiutare le esportazioni delle imprese italiane e tedesche, dall’altro rende ancora più onerose le importazioni di materie prime, denominate in valuta statunitense, alimentando ulteriormente la fiammata inflattiva. In sostanza, i listini del Vecchio Continente, dopo aver incassato due giornate da incubo, si preparano ora ad affrontare una nuova settimana di contrattazioni con il fiato sospeso, aggrappati a ogni pur minimo segnale diplomatico, ma consapevoli che la priorità, per ora, resta l’escalation militare e la sua devastante portata.

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