Guerra in Iran, il petrolio vola oltre i 90 dollari e le Borse europee bruciano 918 miliardi in una settimana
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il tabellone di Piazza Affari, che lampeggiava in rosso acceso già dai primi minuti di contrattazione, non ha fatto altro che certificare ciò che i mercati temevano da giorni: la combinazione letale tra l’escalation militare in Medio Oriente, con il conflitto che ormai lambisce direttamente le infrastrutture energetiche, e la debolezza inaspettata del mercato del lavoro statunitense ha scatenato una tempesta perfetta. Lo Stoxx 600, l’indice che fotografa l’andamento dei principali titoli del Vecchio Continente, ha visto svanire nel giro di cinque giorni la cifra monstre di 918 miliardi di euro. Una emorragia di capitale che non si vedeva dallo shock energetico successivo all’invasione russa dell’Ucraina, e che ora getta un'ombra cupa sulle prospettive di crescita dell'intera area euro.
Il greggio alle stelle e lo spettro di un nuovo shock petrolifero
Il vero detonatore della crisi, è bene precisarlo, va rintracciato nelle acque dello Stretto di Hormuz. Il ministro dell’Energia del Qatar, Saad al-Kaabi, in un’intervista al Financial Times rilanciata dalle principali agenzie di stampa, ha lanciato un allarme senza precedenti: i Paesi del Golfo stanno seriamente valutando l’ipotesi di interrompere completamente le spedizioni di petrolio. «Una misura del genere – ha spiegato al-Kaabi – farebbe salire drasticamente i prezzi del greggio e finirebbe per far crollare le economie mondiali». E i fatti, purtroppo, sembrano dargli ragione. Il Brent, dopo aver sfondato il muro degli 85 dollari, viaggia ora stabilmente sopra i 90 dollari al barile, con punte che in alcune transazioni futures hanno toccato i 92 dollari, mentre il WTI americano si attesta su valori che non si registravano dall'autunno del 2023. L'attacco con droni che ha colpito l'impianto di Gnl di Ras Laffan, il più grande del mondo per la produzione di gas naturale liquefatto, ha già costretto il Qatar a dichiarare la force majeure sulle forniture, una clausola contrattuale, questa, che solleva il paese dall'obbligo di rispettare gli impegni presi a causa di eventi straordinari e imprevedibili.
Il fattore lavoro americano e l'incognita banche centrali
A complicare ulteriormente il quadro, già di per sé fosco, ci si è messa anche l’economia americana. I dati diffusi nella giornata di venerdì hanno mostrato un mercato del lavoro a stelle e strisce sorprendentemente debole, con un numero di nuovi posti di lavoro creati inferiore alle attese degli analisti. Una notizia che, in tempi normali, potrebbe essere letta come un incentivo per la Federal Reserve a rallentare la stretta monetaria. Ma in questo contesto, l’interpretazione è diametralmente opposta. L’impennata del prezzo del petrolio, infatti, rischia di riaccendere l’inflazione proprio mentre l’economia globale mostra i primi segni di cedimento. Questo scenario ha messo in allarme anche la Banca Centrale Europea: non è più così peregrina l’ipotesi di un nuovo rialzo dei tassi di interesse, una mossa che servirebbe a contrastare le spinte inflazionistiche provenienti dal caro-energia, ma che rischierebbe di strangolare ulteriormente un’economia del Vecchio Continente già in affanno.
L’escalation militare e le infrastrutture nel mirino
Sul fronte bellico, la situazione appare in costante peggioramento. Non si contano più le azioni ostili che hanno preso di mira le infrastrutture chiave per l’approvvigionamento energetico. In Iraq, sono stati colpiti l’aeroporto e gli impianti di Bassora, una regione strategica dove, tra l’altro, opera anche l’italiana Eni che, come misura precauzionale, ha prontamente evacuato i propri impianti. Colpito anche un giacimento in Kurdistan. Le petroliere, nel frattempo, incrociano al largo in attesa di istruzioni o stanno già deviando le loro rotte, consapevoli che lo Stretto di Hormuz è ormai diventato una trappola mortale. L’amministrazione Trump, tornata alla Casa Bianca, mantiene una linea di massima pressione, mentre gli esperti del settore avvertono: se il conflitto dovesse protrarsi, l’aumento totale dalla fine di febbraio, già attestato attorno al 15%, potrebbe essere solo l’inizio di una corsa verso quota 150 dollari al barile. Una prospettiva, questa, che farebbe impallidire i numeri già drammatici di questa settimana nera per le Borse.




