L’asilo dell’Australia per cinque calciatrici iraniane, quella richiesta d’aiuto dopo il silenzio durante l’inno
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Redazione Sport
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Il governo australiano ha formalizzato la concessione dell’asilo politico a cinque atlete della nazionale femminile di calcio dell’Iran, le quali, al termine di una complessa e rischiosa operazione durata diversi giorni, sono state tratte in salvo dagli agenti della polizia federale e trasferite in una località segreta e protetta. La vicenda, che ha avuto il suo epilogo nella notte tra lunedì e martedì, affonda le radici in un gesto apparentemente silenzioso ma dal peso politico enorme, compiuto dalle calciatrici il 2 marzo scorso. In quell’occasione, come ha ricostruito la stampa internazionale, la squadra scese in campo al Cbus Super Stadium nel Queensland per la sua partita d’esordio nella Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, rifiutandosi di intonare l’inno della Repubblica Islamica. Quelle ragazze, con le divise che imponevano loro di coprire ogni centimetro di pelle e il velo obbligatorio, rimasero immobili e in silenzio, in quello che è stato subito interpretato come un atto di sfida nei confronti del regime di Teheran, un’aperta presa di posizione che, in un contesto di guerra appena iniziata con gli attacchi di Usa e Israele, le ha trasformate agli occhi delle autorità iraniane in traditrici.
A rendere la situazione ancora più incandescente, stando a quanto emerso dalle ricostruzioni di emittenti come la CNN e l’ABC, è stato il clima di intimidazione che ha fatto seguito a quella protesta. Le giocatrici, infatti, sono state etichettate come "traditrici in tempo di guerra" dalla televisione di stato iraniana, con commentatori che hanno invocato pene esemplari per loro. Unanime è stata la stampa nel riferire che le cinque atlete – delle quali si è saputo poi trattarsi della capitana Zahra Ghanbari, di Fatemeh Pasandideh, Zahra Sarbali, Atefeh Ramazanzadeh e Mona Hamoudi – hanno iniziato a temere non solo per la propria incolumità fisica una volta rientrate in patria, dove rischierebbero pene severissime, ma anche per quella dei loro familiari, minacciati per indurle a desistere da qualsiasi proposito di fuga. Ed è in questo quadro di terrore che si è consumata la loro uscita dal ritiro della squadra, avvenuta dopo l'eliminazione dal torneo e favorita, come ha confermato il ministro degli Interni australiano Tony Burke, dalla presenza discreta di un agente all'interno dell'hotel, lì per creare "il massimo numero di opportunità" affinché le ragazze potessero chiedere aiuto senza destare sospetti.
La delicata operazione di salvataggio e il ruolo della comunità internazionale
L'operazione, condotta nel massimo riserbo, ha visto le cinque calciatrici allontanarsi dall'hotel di Gold Coast e mettersi in contatto con le autorità australiane, che le hanno immediatamente prese in custodia portandole in un luogo sicuro. Non è un mistero, come hanno sottolineato fonti governative, che Canberra si stesse preparando da tempo a uno scenario del genere, ben consapevole dei rischi corsi dalle atlete dopo la loro protesta silenziosa. La conferma ufficiale è arrivata dal ministro Burke, il quale ha raccontato di essersi recato personalmente nel rifugio protetto, non prima di aver ottenuto il nulla osta di sicurezza dal direttore generale dell'ASIO, il servizio di intelligence interno australiano, e di aver verificato con il commissario della polizia federale che il dispositivo di protezione fosse impeccabile. Ed è stato proprio in quell'incontro notturno, ha dichiarato Burke, che ha potuto comunicare alle cinque donne che erano le benvenute in Australia, che sarebbero state al sicuro e che avrebbero potuto sentirsi a casa. Un momento di forte emotività, se è vero che le atlete, come riportato, hanno accolto la notizia intonando il coro "Aussie, Aussie, Aussie!".
Sulla vicenda, che ha assunto una dimensione globale, ha avuto un peso non secondario l'intervento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il capo della Casa Bianca, come si legge nei resoconti giornalistici, aveva inizialmente lanciato un appello pubblico al primo ministro australiano Anthony Albanese definendo "un terribile errore umanitario" un eventuale rimpatrio delle calciatrici, e offrendosi addirittura di accoglierle negli Stati Uniti qualora l'Australia non l'avesse fatto. Un paio di messaggi su Truth Social, intervallati da una conversazione telefonica avvenuta intorno alle due di notte ora australiana, sono stati sufficienti per far deflagrare il caso mediatico. Albanese, dopo la chiamata con Trump, ha potuto rassicurarlo che la situazione era sotto controllo e che cinque giocatrici erano già state prese in carico, ottenendo dal presidente americano il riconoscimento di un lavoro ben fatto in una circostanza "piuttosto delicata". Le cronache hanno evidenziato come il tempismo della telefonata sia stato accuratamente sottolineato dal governo australiano per chiarire che l'asilo era stato concesso prima ancora delle pressioni pubbliche di Trump.
Il destino delle altre calciatrici e la paura delle ritorsioni
Mentre per le cinque calciatrici si apre una nuova fase della loro vita, l’attenzione ora si sposta sulle loro compagne di squadra rimaste in albergo. Il governo australiano, per bocca del primo ministro Albanese e del ministro Burke, ha esteso l'offerta di protezione a tutte le componenti della delegazione iraniana: "Se volete il nostro aiuto, l'aiuto è qui", ha dichiarato Albanese, sottolineando come la stessa opportunità valga per ognuna di loro. Tuttavia, è stata la stessa autorità politica a mettere in conto che non tutte accetteranno. La decisione, è stato spiegato, è di una complessità inaudita, perché lasciarsi alle spalle il proprio paese significa mettere in conto possibili ritorsioni contro i parenti rimasti in Iran. E non mancano le testimonianze, raccolte dalla ABC, di giocatrici che, pur spaventate, sentono il dovere di tornare per non esporre le proprie famiglie a conseguenze nefaste.
La paura di ritorsioni, del resto, è tutt'altro che infondata. Già dopo il silenzio durante l'inno, le calciatrici e i loro cari avevano iniziato a ricevere minacce. E il clima di sospetto e controllo era diventato palpabile anche in Australia: la squadra, come ha raccontato qualche giornalista, era costantemente monitorata da funzionari affiliati ai guardiani della rivoluzione, che ne limitavano i movimenti e le comunicazioni, rendendo difficoltoso anche l'accesso a reti di supporto esterne come il sindacato calciatori FIFPRO. La disperazione delle atlete è emersa in tutta la sua drammaticità quando, dopo l'ultima partita persa contro le Filippine, i tifosi della diaspora iraniana accorsi allo stadio hanno circondato il pullman della squadra gridando "salvate le nostre ragazze". Alcuni di loro, come testimoniato da video e resoconti, hanno riferito di aver visto chiaramente almeno tre giocatrici all'interno del bus lanciare il segnale internazionale di richiesta di aiuto con le mani, un gesto che ha spinto la folla a cercare di bloccare la partenza del mezzo per impedire che venissero portate via.
Visti umanitari temporanei e il percorso verso una nuova vita
La soluzione trovata per le cinque calciatrici è quella del visto umanitario temporaneo, uno strumento già utilizzato in passato da Canberra per cittadini ucraini, afghani e palestinesi in fuga da conflitti e persecuzioni. Si tratta di un permesso della durata di dodici mesi che, come hanno precisato le autorità, apre la strada a un successivo percorso per la residenza permanente. Durante l'incontro notturno con il ministro Burke, le atlete hanno voluto sottolineare un aspetto cruciale della loro identità: non sono attiviste politiche, hanno tenuto a precisare, ma semplicemente atlete che desiderano vivere al sicuro e che sono grate per l'opportunità offerta loro dall'Australia. Una precisazione che suona quasi come una volontà di distinguersi dalle strumentalizzazioni politiche che inevitabilmente un caso del genere porta con sé, e che le vede piuttosto come simbolo involontario di una resistenza silenziosa, quella di chi, in un regime oppressivo, osa non piegare la testa di fronte all'inno.
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description: L'Australia concede asilo a cinque calciatrici iraniane che, dopo il silenzio durante l'inno in Coppa d'Asia, hanno chiesto protezione temendo persecuzioni.




