L’incubo delle calciatrici iraniane, sette di loro restano in Australia: la paura delle ritorsioni e la scelta di non tornare a Teheran

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Sette componenti della nazionale femminile di calcio dell’Iran, tra cui sei giocatrici e un membro dello staff, hanno deciso di non imbarcarsi sul volo che avrebbe dovuto riportare la squadra in patria, chiedendo e ottenendo protezione in Australia. La misura, confermata nelle ultime ore dal ministro per gli Affari interni australiano Tony Burke, arriva al termine di una vicenda che ha assunto i contorni di una crisi diplomatica e umanitaria, consumata nei corridoi di un hotel di lusso sulla Gold Coast e nel traffico attorno all’aeroporto di Sydney. Il gesto silenzioso che ha innescato tutto, il rifiuto di intonare l’inno della Repubblica islamica durante la partita d’esordio della Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, era stato interpretato – e probabilmente era – come un atto di sfida coraggioso e pericoloso.

Le calciatrici, infatti, dopo quel primo pomeriggio di silenzio, avevano dovuto fare marcia indietro nelle gare successive, cantando a voce spiegata e portando la mano al cuore nel saluto militare, evidentemente sotto la pressione dei funzionari e delle guardie rivoluzionarie che le accompagnano abitualmente in trasferta per controllare ogni loro mossa. Non è bastato a placare l’ira del regime. In patria, sui canali televisivi statali, le avevano già definite “traditrici in tempo di guerra”, un’accusa gravissima in un Paese appena uscito da un conflitto e scosso dalla morte del suo leader, e per loro si profilava l’ipotesi di processi sommari e punizioni esemplari, dettaglio che ha spinto la FIFPRO, il sindacato globale dei calciatori, a chiedere l’intervento delle autorità australiane.

L’assedio all’hotel e la fuga dal bus: la disperazione di chi non vuole tornare

Le immagini dei giorni scorsi mostravano una folla di manifestanti, per lo più iraniani residenti in Australia, assiepata all’esterno del resort che ospitava la delegazione. Sventolavano bandiere del “Leone e Sole”, l’antico simbolo nazionale precedente alla rivoluzione del 1979, e cercavano di bloccare il pullman che trasportava la squadra diretto all’aeroporto, urlando “Per favore, restate qui!”. In quel caos, alcune atlete hanno approfittato della confusione per lanciare segnali: dalle finestre del pullman qualcuna ha mostrato il palmo della mano aperto, un gesto che sui social è stato subito interpretato come un SOS, mentre altre hanno risposto con messaggi silenziosi agli attivisti che le tempestavano di messaggi diretti su Instagram, comunicando con semplici cuori per confermare di aver compreso la situazione e di essere pronte a giocarsi l’ultima carta.

Il ministro Burke ha spiegato che al momento dei controlli di frontiera, prima dell’imbarco, ogni singola componente della spedizione è stata presa in disparte, senza la presenza di accompagnatori o funzionari iraniani, e messa di fronte a una scelta libera e informata. A sette di loro è stato offerto un visto umanitario temporaneo, che apre la strada alla residenza permanente, e hanno accettato, venendo immediatamente trasferite in un luogo sicuro. Per le altre, la maggior parte, ha prevalso la paura per le ritorsioni che il regime potrebbe esercitare sui familiari rimasti in Iran, una minaccia che grava come una spada di Damocle su qualsiasi dissidente e che in passato ha già costretto altre nazionali, come quella maschile durante i mondiali in Qatar, a piegarsi alla volontà di Teheran.

Il nodo dei visti e la pressione internazionale di Donald Trump

A rendere ancora più complessa la vicenda, che si intreccia con gli equilibri fragilissimi di un Medio Oriente in fiamme, è stato l’intervento diretto del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Il tycoon, tornato alla Casa Bianca e impegnato in uno scontro durissimo con l’Iran, aveva lanciato un ultimatum via social al premier australiano Anthony Albanese, definendo “un terribile errore umanitario” l’idea di rispedire le calciatrici a Teheran, dove, ha scritto, “verranno molto probabilmente uccise”. Trump aveva offerto agli Stati Uniti come alternativa per l’asilo, una pressione che di fatto ha accelerato la decisione di Canberra, sebbene fonti governative australiane sostengano che le procedure fossero già state attivate nei giorni precedenti.

La tensione, in ogni caso, rimane altissima. Il presidente della federcalcio iraniana, Mehdi Taj, ha già parlato di “ragazze prese in ostaggio” dall’Australia, definendo l’operazione un rapimento pilotato dagli americani. Una delle sette rifugiate, inoltre, dopo aver ottenuto il visto avrebbe cambiato idea, contattando l’ambasciata iraniana per chiedere di essere riportata a casa: un episodio che conferma il clima di paura e incertezza in cui queste giovani donne sono costrette a vivere, divise tra il desiderio di libertà e l’affetto per le proprie famiglie, rimaste nel mirino di un regime che non perdona il dissenso, nemmeno quello manifestato con il semplice silenzio sul rettangolo di gioco.

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