L‘Australia concede asilo a cinque calciatrici iraniane, il silenzio che è costato caro
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Redazione Sport
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La decisione, maturata nell’arco di poche ore e in un clima di crescente tensione diplomatica, è giunta nella notte australiana quando il ministro degli Interni Tony Burke ha incontrato le atlete per comunicare loro l’esito della pratica. Cinque componenti della nazionale femminile di calcio dell’Iran, tutte di età compresa tra i dodici e i sedici elementi della rosa che ha partecipato alla Coppa d'Asia in Australia, non faranno ritorno in patria. Lo hanno fatto con la consegna dei cosiddetti visti umanitari, quelli che si rilasciano in circostanze eccezionali e che consentono a chi li riceve di considerare l’Australia, da oggi, una nuova casa. Le giocatrici, infatti, hanno lasciato il ritiro della squadra nella Gold Coast scortate dalla polizia federale e sono state condotte in un luogo protetto, lontano dagli occhi dei funzionari iraniani e dei giornalisti accreditati al torneo, dopo che nei giorni scorsi si era levato un coro unanime di preoccupazione per la loro incolumità.
La protesta silenziosa che ha infranto il regime
Tutto ha avuto inizio il 2 marzo scorso, quando la squadra è scesa in campo per l’esordio nel girone contro la Corea del Sud. Mentre negli altoparlanti del Cbus Super Stadium risuonava l’inno della Repubblica Islamica, un inno che inneggia ai martiri e alla durata eterna del sistema degli ayatollah, le telecamere hanno inquadrato le atlete inquadrate una accanto all’altra. Erano immobili, con le labbra serrate, nessuna di loro ha mormorato una parola né ha portato la mano al cuore come il cerimoniale sportivo del loro Paese imporrebbe. Un gesto apparentemente piccolo, una forma di disobbedienza che in tempi di guerra, come ha sottolineato un commentatore della televisione di Stato iraniana, assume il peso specifico di un tradimento, quello che loro hanno consumato in diretta mondiale. Dopo quella partita, conclusasi con una sconfitta per 3 a 0, la paura che al rientro potessero subire ritorsioni, detenzioni o peggio, è diventata un’ipotesi fin troppo concreta per le organizzazioni umanitarie e per le stesse calciatrici. Nelle gare successive, complice forse la pressione ricevuta, la squadra ha ripreso a intonare l’inno, ma ormai il primo segnale era stato inequivocabile.
La chiamata notturna di Donald Trump e la svolta diplomatica
A sbloccare la situazione, stando alla ricostruzione degli eventi, è stata anche la pressione esercitata direttamente dagli Stati Uniti. Il presidente americano Donald Trump, infatti, ha pubblicamente sollecitato il primo ministro australiano Anthony Albanese a concedere la protezione, arrivando a definire "un terribile errore umanitario" l’eventuale rimpatrio delle atlete. Una telefonata avvenuta in piena notte, come hanno raccontato le stesse fonti governative di Canberra, ha permesso di accelerare le pratiche e di garantire la copertura necessaria all'operazione. Trump, dal canto suo, ha dichiarato che se l’Australia non avesse accolto la richiesta, gli Stati Uniti si sarebbero detti pronti a farlo. La partita, però, si giocava in casa dei Socceroos e la competenza territoriale era tutta australiana. Il ministro Burke ha tenuto a precisare che, prima di formalizzare l’offerta, ha ottenuto il nulla osta dal direttore generale dell’ASIO, Mike Burgess, per le verifiche di sicurezza, e dalla commissaria della polizia federale Krissy Barrett per il piano di messa in sicurezza delle donne.
Un futuro incerto per le altre componenti della squadra
Mentre le cinque giocatrici, delle quali sono trapelati solo i nomi di battesimo come Fatemeh e Zahra, festeggiavano con un coro da stadio australiano "Aussie, Aussie, Aussie" al momento della firma dei documenti, la situazione per le loro compagne rimane sospesa. Il ministro Burke ha ribadito che l’offerta di assistenza è estesa a tutte le membri della delegazione, rispettando però la complessità della scelta che ciascuna di loro si trova ad affrontare. Alcune di loro, infatti, potrebbero temere per l’incolumità dei familiari ancora in Iran, una minaccia che in questi casi è tutt’altro che astratta e che potrebbe spingerle a tornare indietro nonostante i rischi personali. Il gruppo, dopo l’eliminazione dal torneo avvenuta domenica scorsa per mano delle Filippine, si trovava confinato in un hotel, circondato da manifestanti che chiedevano la liberazione delle atlete e da una stampa che, con grande riserbo, ha atteso che le operazioni di salvataggio fossero completate prima di divulgarle.
Il contesto bellico e le accuse di tradimento
A rendere ancora più esplosiva la vicenda è il contesto in cui essa si inserisce. Il gesto delle calciatrici è avvenuto a ridosso dell’inizio dell’offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro la Repubblica Islamica, un’operazione che ha portato alla morte del leader supremo Ali Khamenei e che ha gettato l’intera regione in una nuova fase di instabilità. In un clima di guerra, il silenzio durante l’inno è stato interpretato come una presa di posizione politica esplicita e pericolosa. I media iraniani vicini alle autorità non hanno usato mezzi termini, bollando l’accaduto come un atto di fellonia e chiedendo punizioni esemplari. La Fifpro, il sindacato internazionale dei calciatori, aveva lanciato l’allarme, dichiarando l’impossibilità di comunicare con le atlete e la crescente preoccupazione per le loro sorti, ma l’intervento tempestivo di Canberra ha chiuso la partita prima che si potesse giocare l’ultimo e più temuto tempo, quello del rientro a Teheran.




