Lo scialpinismo alla prova olimpica tra neve artificiale e il futuro delle piccole stazioni
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Redazione Sport
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Il debutto dello scialpinismo alle Olimpiadi di Milano-Cortina, consumato sulla neve battuta della pista Stelvio a Bormio, porta con sé un paradosso di fondo che gli addetti ai lavori e gli appassionati più longevi stanno annotando sui loro taccuini: la disciplina che per definizione incarna l’esplorazione della montagna, la fatica solitaria in ambiente aperto e il contatto con l’imprevisto, si presenta al mondo nella sua veste più televisiva e, per molti versi, claustrofobica -1. Il format scelto dal Comitato olimpico internazionale, incentrato esclusivamente sulla sprint e sulla staffetta mista, riduce l’essenza di quello che si fa in quota a una frazione di tempo che oscilla tra i tre e i trenta minuti, con percorsi prestabiliti, scalette di gradini nella neve e cambi d’assetto che ricordano più una prova a cronometro che una classica come il Trofeo Mezzalama o la Pierra Menta -5. La neve, in questo contesto, non è più quella che si cerca fiutando il vento e leggendo i pendii, ma quella prodotta dai cannoni e modellata dai gatti, una necessità imposta dal calendario olimpico e da una logica produttiva che non può permettersi rinvii per maltempo o valanghe -1. E mentre gli atleti, con i muscoli in fiamme e il fiatone, si lanciano in queste sfide brevi ma intense, il dibattito tra i puristi si fa sempre più acceso: c’è chi, come lo scialpinista francese William Bon Mardion, arriva a incrociare le braccia e rifiutarsi di gareggiare su percorsi che definisce artefatti, e chi invece, come l'italiana Giulia Murada, invita a guardare la realtà con pragmatismo, sottolineando come senza queste soluzioni tampone, e senza l'uso della neve artificiale, semplicemente non si potrebbe più competere -1.
La vicenda della cabinovia di Cortina, costata trentacinque milioni e non ancora pronta per l'inizio dei Giochi, rappresenta l'altra faccia della medaglia di questo rapporto complesso tra eventi sportivi globali e territorio -8. L'imprescindibile infrastruttura, come veniva definita dai piani originari, è diventata il simbolo di una programmazione che sconta ritardi e lievitazione dei costi, costringendo gli organizzatori a ripiegare su navette e a chiedere persino la chiusura delle scuole per gestire i flussi di spettatori -8. Eppure, paradossalmente, è proprio in questa tensione tra grande evento e sostenibilità che si inserisce la riflessione sul futuro dello scialpinismo e, più in generale, delle stazioni sciistiche minori. Se i grandi comprensori puntano tutto su investimenti miliardari e innevamento tecnico, c'è una mappa di piccole realtà, diffuse lungo l'arco alpino, che stanno riscoprendo una vocazione diversa, legata proprio a ciò che lo scialpinismo rappresenta nella sua accezione più autentica. Il caso di Pian Munè, in provincia di Cuneo, è emblematico: chiusi gli impianti per i costi insostenibili di messa a norma, la frequentazione della montagna non è crollata, ma ha cambiato pelle -4. Sciatori alpinisti e ciaspolatori hanno preso il posto degli sciatori da pista, percorrendo itinerari tracciati ma non serviti da seggiovie, e i numeri di presenze nei fine settimana hanno superato quelli delle stagioni con gli impianti in funzione, dimostrando che la domanda di montagna vissuta in modo attivo e meno consumistico esiste ed è in crescita -10.




