Lo sci alpinismo irrompe alle Olimpiadi tra sudore e l’acido lattico, ma la sua vera sfida è tutta in discesa, fuori dalle piste
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Redazione Sport
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È suonato strano a molti, sentir parlare di scialpinismo in un’olimpiade. Eppure, da questa mattina, la disciplina che forse più di ogni altra incarna l’essenza più pura e faticosa della montagna, quella che impone di guadagnarsi ogni metro di discesa con la forza delle proprie gambe e dei propri polmoni, ha fatto il suo ingresso ufficiale nel programma dei Giochi invernali di Milano Cortina 2026 -1. Niente a che vedere, sia chiaro, con le lunghe traversate in solitaria o con le massacranti classiche come il Trofeo Mezzalama, dove il respiro si fa preghiera e il paesaggio inghiotte l’atleta. Qui, sulla pista Stelvio di Bormio, tutto si è giocato in pochi minuti, a volte in pochi secondi, con il cuore spinto a duecento battiti e l’acido lattico a intorpidire le cosce durante la prima delle gare in programma, la sprint -1. Gli atleti, dopo una partenza lanciata, devono districarsi in un percorso che è un concentrato di tecnicità e cambi di ritmo: una prima salita con gli sci e le immancabili pelli di foca, poi una scala di quaranta gradini da affrontare a piedi – gli sci ben fissati allo zaino – in quella che viene chiamata bootpack, quindi una seconda ascesa e, infine, il delirio della discesa, dove ogni esitazione nella piega di un ginocchio può costare una posizione -1.
L’azzardo del Comitato Olimpico Internazionale, che ha sposato un format rapido, quasi brutale, pensato per essere estremamente televisivo, è servito a portare sotto i riflettori globali uno sport che di solito si consuma nel silenzio delle vallate -1. E se per gli atleti, come l’azzurra Giulia Murada, figlia d’arte e tra le speranze di medaglia insieme ad Alba De Silvestro e a Michele Boscacci, l’obiettivo è la gloria in questo nuovo palcoscenico, per il movimento dello scialpinismo l’esposizione mediatica rappresenta un volano potenzialmente inestimabile -9. La domanda, che aleggia tra gli addetti ai lavori e gli appassionati, è se questo format compresso – che alcuni paragonano al ciclismo su pista rispetto alla Parigi-Roubaix – possa davvero traghettare la disciplina verso un futuro da protagonista, o se ne snaturerà l’identità più autentica.
C’è poi un altro livello di lettura, forse meno appariscente ma più profondo e legato alla sostenibilità economica e ambientale delle nostre montagne. Mentre i grandi comprensori sciistici continuano a inghiottirsi l’un l’altro in una concorrenza spietata fatta di investimenti milionari in innevamento programmato e impianti sempre più veloci, le piccole stazioni, quelle a misura d’uomo, soccombono una dopo l’altra, vinte dai costi di gestione e dalla mancanza di neve alle quote più basse. Ed è qui che lo scialpinismo, nella sua accezione più pura e persino in questa sua nuova veste olimpica, potrebbe rivelarsi una risorsa inaspettata. Esistono già esperimenti virtuosi in tal senso, come il progetto Homeland a Montespluga, in provincia di Sondrio, un comprensorio che ha deliberatamente scelto di fare a meno degli impianti di risalita -2. Undici percorsi battuti e segnalati, trentacinque chilometri di tracciati, un container ammodernato che funge da base per noleggio e informazioni: un modello, questo, che punta tutto sull’esperienza fisica e sul contatto diretto con l’ambiente, adattando l’uomo alla pendenza e non viceversa, e che attira già turisti da mezza Europa -2. La sfida, tutt’altro che semplice, è rendere questo modello replicabile, trasformando il declino degli impianti obsoleti in un’opportunità per un turismo invernale diverso, magari proprio cavalcando l’onda lunga della ribalta olimpica.




