Coface declassa 8 Paesi e 41 settori: l’economia globale ancora intrappolata nello shock mediorientale

Coface declassa 8 Paesi e 41 settori: l’economia globale ancora intrappolata nello shock mediorientale
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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nonostante il fragile cessate il fuoco che sembra affacciarsi all’orizzonte mediorientale, l’economia globale non ha ancora smaltito la scossa del conflitto, e i segnali che arrivano dai tavoli delle assicurazioni del credito sono tutt’altro che rassicuranti. Le tensioni sulle catene di approvvigionamento, unite al ritorno di una pressione inflazionistica che si credeva ormai domata, hanno indotto Coface a rivedere al ribasso la valutazione complessiva di otto Paesi, mentre il numero di declassamenti settoriali ha toccato quota 41, contro appena 4 miglioramenti.

Un rapporto di forze che racconta di un sistema produttivo ancora esposto a rischi sistemici, nei quali il prezzo dell’energia gioca un ruolo da protagonista indiscusso.

Il peso dell’intesa tra Stati Uniti e Iran

A gettare benzina sul fuoco delle incertezze macroeconomiche è, paradossalmente, proprio la diplomazia: l’accordo di pace tra Stati Uniti e Iran, secondo Ryan Sweet, Chief Global Economist di Oxford Economics, rappresenta il principale fattore di rischio per la seconda metà dell’anno. Dalle sorti di questa intesa, spiega Sweet, dipenderà se l’economia globale potrà beneficiare di una spinta disinflazionistica sostenuta dal calo dei prezzi dell’energia, oppure se dovrà fare i conti con un secondo shock petrolifero, destinato a vanificare gli sforzi delle banche centrali.

Si tratta di un bivio che tiene banco tra gli analisti, perché la posta in gioco non è soltanto il costo del greggio, ma l’intera architettura delle aspettative inflazionistiche.

Il monito del Fondo monetario internazionale

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca Petya Koeva Brooks, vicedirettrice del dipartimento ricerca economica del Fondo monetario internazionale, intervenuta a Roma durante la presentazione di un aggiornamento del World Economic Outlook. Un’escalation degli scontri in Medio Oriente, ha avvertito Brooks, si farebbe sentire attraverso rincari di petrolio e materie prime, alimentando l’inflazione e, di conseguenza, le aspettative degli operatori, con il rischio concreto di innescare una correzione delle condizioni finanziarie.

Le parole del Fmi arrivano in un momento delicato, quando i mercati cercano di prezzare scenari che fino a pochi mesi fa sembravano residuali, ma che ora riacquistano centralità nelle agende delle istituzioni internazionali.

Speculazione e scorte: il vero termometro del rischio

Tuttavia, a complicare ulteriormente il quadro non è soltanto la reazione a caldo agli attacchi incrociati nello Stretto di Hormuz, ma anche il ritorno in campo degli speculatori. Il rally del petrolio, che in una sola seduta ha registrato un balzo fino all’8%, porta con sé la firma di un consistente posizionamento sui derivati: sono almeno 50mila le opzioni futures – tra put e call – aggregate intorno al livello di 80 dollari al barile per il Brent con scadenza settembre.

Queste posizioni, che coprono circa 50 milioni di barili, equivalgono praticamente all’intero quantitativo di greggio che il Venezuela ha promesso agli Stati Uniti, e raccontano di un mercato in cui la tensione si annida più nelle aspettative che nella domanda reale. Il vero termometro del rischio, però, resta quello delle scorte: ai minimi storici da diversi anni, esse riducono drasticamente il margine di manovra in caso di nuove interruzioni dell’offerta, amplificando l’impatto di ogni scossone geopolitico.

Declassamenti e fragilità strutturali

Il quadro che emerge dalle valutazioni di Coface è dunque quello di un’economia mondiale che cammina su un filo sottile, dove ogni declassamento – che sia di un Paese o di un intero comparto produttivo – fotografa una fragilità strutturale più che una contingenza congiunturale. I 41 downgrade settoriali, concentrati in particolare nei settori più energivori e in quelli esposti al commercio internazionale, segnalano che la ripresa post-pandemica non ha ancora costruito anticorpi sufficienti per assorbire nuovi shock dal lato dell’offerta.

E i soli 4 upgrade, peraltro in aree geografiche e settori molto circoscritti, confermano che la fiducia resta un bene scarso, per il quale la tregua – per quanto fragile – non basta a ricostruire quel margine di manovra che gli operatori chiedono per tornare a investire e pianificare.

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