Moody’s declassa gli Usa: il trumpismo economico sotto pressione
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Redazione Economia
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Negli ultimi giorni, i mercati finanziari hanno registrato un’inversione di tendenza che ha riacceso i riflettori sulla solidità del sistema economico statunitense, già sotto scrutinio per l’aumento del debito pubblico e i tassi d’interesse in rialzo. L’agenzia di rating Moody’s, in un passaggio significativo, ha privato Washington della tripla A – il massimo livello di affidabilità creditizia – declassando il debito americano ad Aa1, un gradino più in basso nella scala che ne valuta la sicurezza.
La decisione, che segue quelle analoghe di Standard & Poor’s nel 2011 e di Fitch nell’agosto scorso, riflette preoccupazioni ormai croniche: il deficit federale, in crescita da anni, e l’onere del debito esistente, aggravato dai continui rialzi dei tassi da parte della Federal Reserve. Sebbene il Tesoro americano abbia respinto le critiche definendo il declassamento "arbitrario", gli analisti sottolineano come il deterioramento delle finanze pubbliche sia un dato oggettivo, non più compensato dalla storica stabilità politica ed economica degli Stati Uniti.
Philipp Carlsson-Szlezak, chief economist di Bcg, ha cercato di smorzare gli allarmismi pur riconoscendo che il passo di Moody’s non è irrilevante. «Non stiamo precipitando nel vuoto», ha osservato, «ma gli investitori globali cominciano a rivedere le loro aspettative». Il declassamento, in altre parole, non segnala una crisi imminente, ma certifica una fragilità crescente, che potrebbe influenzare i flussi di capitale e la domanda di Treasury bond, tradizionalmente considerati un rifugio sicuro.
Il contesto politico, con Donald Trump alla Casa Bianca, aggiunge ulteriori incognite. Le sue politiche fiscali espansive, unite a un protezionismo sempre più marcato, rischiano di aggravare gli squilibri senza garantire una crescita sostenibile. Intanto, i rendimenti dei titoli di Stato continuano a salire, aumentando il costo del debito e limitando la capacità di manovra del governo.




