Il debito Usa sotto pressione dopo il declassamento di Moody’s, mentre i mercati tremano
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Redazione Economia
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L’annuncio del downgrade del debito americano da parte di Moody’s, lo scorso 16 maggio, ha riacceso i riflettori su quella che ormai è diventata una spada di Damocle per l’economia globale. Con un taglio di un livello – da "Aaa" a "Aa1" – l’agenzia di rating ha interrotto un secolo di valutazioni incondizionatamente positive, datate addirittura al 1919, segnalando che il gigantesco debito pubblico statunitense, oggi a 36 trilioni di dollari, non è più considerato un asset privo di rischi. Una mossa che, seppur attesa da alcuni analisti, assume un peso storico, soprattutto in un contesto già segnato dalle tensioni commerciali con la Cina e dall’incertezza sui tassi di interesse.
La decisione di Moody’s arriva a poche settimane dall’approvazione del controverso Big Beautiful Bill, il pacchetto di riforme fiscali voluto dall’amministrazione Trump, che ridisegna in modo significativo la struttura della spesa pubblica. Se da un lato il provvedimento punta a rilanciare gli investimenti, dall’altro alimenta il timore di un ulteriore allargamento del deficit, già ai massimi da decenni. Non a caso, i rendimenti dei Treasury a 20 e 30 anni hanno superato la soglia psicologica del 5%, riflettendo la crescente diffidenza degli investitori.
A complicare il quadro ci sono i dati macroeconomici dell’Eurozona, anch’essi deludenti. I PMI di maggio, sia nel manifatturiero (48,4 punti) che nei servizi (48,9), sono risultati peggiori delle attese, confermando una contrazione al di sotto della soglia dei 50 punti, tradizionalmente associata alla recessione. Un segnale che, unito alla fragilità del debito americano, rischia di innescare una nuova fase di volatilità sui mercati globali.
Quello che preoccupa, oltre al giudizio tecnico di Moody’s, è l’effetto psicologico del declassamento. Molti fondi d’investimento, infatti, sono vincolati da regole che impongono di tenere in portafoglio solo titoli con rating elevati. Se altri soggetti dovessero seguire l’esempio dell’agenzia, la domanda di Treasury potrebbe ridursi, costringendo Washington a pagare tassi più alti per finanziarsi. Un circolo vizioso che, in passato, ha preceduto alcune delle crisi più acute del sistema finanziario.




