Il rendimento dei Treasury a 30 anni sfiora il 5% dopo il declassamento di Moody's
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Redazione Economia
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La decisione di Moody’s di privare gli Stati Uniti del massimo rating, abbassandolo da "tripla A" ad "Aa1", ha scosso i mercati, spingendo i rendimenti dei Treasury trentennali a sfiorare la soglia psicologica del 5%, livello che non si toccava da aprile. Un movimento che, seppur temporaneo, riflette la crescente preoccupazione per la stabilità finanziaria del paese, già sotto pressione per l’aumento del debito pubblico e del deficit di bilancio.
Moody’s, ultima tra le grandi agenzie a mantenere il giudizio più elevato sugli Stati Uniti, ha seguito le orme di Standard & Poor’s e Fitch, che avevano declassato il debito americano rispettivamente nel 2011 e nel 2023. La mossa, annunciata venerdì scorso, ha avuto un impatto immediato: oltre al balzo dei rendimenti, il dollaro ha perso terreno e i future di Wall Street hanno segnato un calo, trascinando con sé le borse europee, tra cui Milano, che ha chiuso con un -1,6%.
La motivazione del declassamento è chiara: l’incapacità delle ultime amministrazioni e del Congresso di trovare un accordo per contenere il deficit, che rischia di aggravare il peso degli interessi sul bilancio federale. Un problema non nuovo, ma che assume contorni più netti in un contesto in cui gli investitori cominciano a dubitare della solidità degli Stati Uniti come "porto sicuro" dei capitali globali.
L’effetto sui titoli di Stato è stato immediato, con il trentennale che ha toccato il 5,01% e il decennale salito al 4,52%, livelli che potrebbero riaccendere le tensioni sui mercati obbligazionari dopo le turbolenze di aprile, quando l’impennata dei rendimenti aveva spinto il presidente Donald Trump a rivedere alcune politiche tariffarie. Se da un lato il declassamento era in parte atteso, dall’altro segna un punto di svolta simbolico: per la prima volta nella storia, gli Stati Uniti non sono più considerati un emittente massimamente affidabile da tutte e tre le principali agenzie di rating.




