Gli Stati Uniti perdono l’ultima tripla A: Moody’s declassa il rating e il mercato reagisce
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Redazione Economia
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C’è una doppia ragione, una meccanica e l’altra politica, dietro l’ondata di vendite che ha travolto i titoli del Tesoro americano dopo il declassamento del debito sovrano deciso da Moody’s. L’annuncio, arrivato nella notte di venerdì, ha spinto i rendimenti dei bond trentennali oltre il 5%, segnale inequivocabile di una fuga dagli asset considerati finora tra i più sicuri al mondo. Se da un lato la logica finanziaria spiega la reazione immediata degli investitori, dall’altro è la fragilità della politica fiscale statunitense a preoccupare.
Il rapporto di Scope Ratings, pubblicato pochi giorni prima della decisione di Moody’s, aveva già evidenziato i rischi legati a deficit persistenti, all’aumento della spesa per interessi e alla ridotta flessibilità di bilancio. Sebbene l’agenzia abbia mantenuto il rating AA con outlook negativo, riconoscendo alcuni punti di forza, il declassamento di Moody’s a Aa1 segna un punto di rottura: per la prima volta da decenni, gli Stati Uniti non hanno più nemmeno una tripla A tra le principali agenzie di rating. Standard & Poor’s e Fitch, infatti, avevano già abbassato il giudizio su Washington nel 2011 e nel 2023.
La risposta dell’amministrazione Trump, però, è stata di netta indifferenza. Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha liquidato la decisione con un secco "e a chi importa?", continuando a minimizzare le turbolenze dei mercati, dall’inflazione all’indebolimento del dollaro. Una posizione che riflette la strategia della Casa Bianca, decisa a perseguire politiche espansive nonostante l’aumento del debito pubblico rispetto al Pil.




