La svolta di Ford sull'elettrico, il Canada punta sui fossili e l'Iran taglia i sussidi: la transizione verde frena
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Redazione Economia
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Una serie di segnali inequivocabili, provenienti da settori e aree geografiche disparate, delinea una brusca frenata negli slanci verso un'economia a zero emissioni, imponendo una riflessione sui tempi e sui modi della transizione energetica. L'industria automobilistica, che per anni aveva indicato nell'elettrificazione completa l'unico orizzonte possibile, mostra infatti le prime, pesanti crepe in quella che sembrava una corsa inarrestabile. Ford Motor Company, storico costruttore americano, ha annunciato un radicale ripensamento della propria strategia, decidendo di riallocare i capitali verso i segmenti tradizionalmente più redditizi, come i truck e i veicoli commerciali, e di potenziare lo sviluppo degli ibridi, accantonando nel contempo molti dei modelli elettrici precedentemente pianificati. Una retromarcia, questa, il cui costo finanziario straordinario è quantificato in circa 19,5 miliardi di dollari, cifra che rende l'idea della portata dell'inversione di rotta e delle perdite che l'hanno resa necessaria.
La decisione dell'Ovale Blu, che segue le indicazioni di un mercato meno ricettivo del previsto e la volontà di contenere perdite miliardarie, produce immediate ripercussioni a monte della filiera, come dimostra la rescissione del contratto da oltre sette miliardi siglato solo pochi mesi fa con il colosso sudcoreano Lg Energy Solution. Una mossa, quella di Ford, che non costituisce un caso isolato ma si inserisce in un contesto internazionale dove la pragmaticità economica sembra temporaneamente prevalere sugli impegni climatici. Oltreoceano, persino il Canada – paese tradizionalmente attento alle tematiche ambientali e guidato da figure come Mark Carney – sembra infatti virare nuovamente l'attenzione sugli investimenti nel gas e nel petrolio, risorse di cui il territorio è ricchissimo, in una logica di sicurezza energetica e di sviluppo economico che riporta in auge i combustibili fossili.
Questo quadro di rallentamento globale, del resto, non riguarda soltanto le nazioni occidentali ma investe anche realtà geopolitiche complesse come l'Iran, dove il governo ha drasticamente ridotto i sussidi storici sul prezzo della benzina nel tentativo di sanare un bilancio statale logorato dall'inflazione galoppante e dal peso delle sanzioni internazionali. Una manovra economica dolorosa, quella di Teheran, che rischia di accendere ulteriori focolai di malcontento in una popolazione già stremata, dimostrando come le politiche energetiche siano sempre più intrecciate con l'instabilità sociale e con scelte obbligate dai conti pubblici. Dinamiche, queste, che spingono molti osservatori a parlare di una fase di "transizione pragmatica", lontana dagli entusiasmi ideologici degli anni passati.




