Trump conferma il rientro della portaerei Lincoln ma respinge le accuse: "Missione non abbastanza lunga"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato il rientro della portaerei USS Abraham Lincoln dal Medio Oriente, una rotazione programmata che porterà la nave a lasciare la regione per essere sostituita da un'altra unità simile. La dichiarazione, rilasciata ai giornalisti presso la base militare di Andrews prima della partenza per New York, arriva in un clima di crescenti tensioni e polemiche sulle condizioni dell'equipaggio, impegnato in una missione che ha già superato gli otto mesi e mezzo di durata. "Ebbene, quella nave si sta spostando.

Si sta spostando proprio in questo momento, o lo farà a breve, e verrà sostituita da un'altra nave molto simile", ha affermato Trump, tagliando corto sulle domande relative allo stato di salute dei circa 5.000 marinai e Marines a bordo. Quando i giornalisti gli hanno chiesto se gli otto mesi e mezzo di dispiegamento non fossero eccessivi, la risposta del presidente è stata secca: "No, no, no, non abbastanza lunghi".

La missione da record e le denunce dei familiari

La USS Abraham Lincoln aveva lasciato San Diego nel novembre del 2025 con destinazione iniziale il Pacifico, per poi essere dirottata in Medio Oriente a gennaio, schierata a supporto delle operazioni militari statunitensi nel conflitto con l'Iran. Il protrarsi della missione, con oltre 250 giorni consecutivi in mare e nessuna sosta in porto per più di 200 giorni, ha stabilito un record per la Marina americana in epoca moderna. A bordo, la vita quotidiana si è fatta sempre più dura, come denunciato dai familiari dei militari in due tese riunioni tenutesi a San Diego con i vertici della Marina.

Le testimonianze raccolte da testate come Military Times e Stars and Stripes dipingono un quadro preoccupante: turni di lavoro estenuanti, cibo razionato, carenza di generi di prima necessità come dentifricio e sapone, problemi idraulici e igienici con docce ammuffite e bagni fuori uso, e un forte stress psicologico che avrebbe portato alcuni marinai a tentare il suicidio gettandosi in mare.

Il Pentagono smentisce e il caso diventa politico

Il Pentagono e il Comando Centrale degli Stati Uniti hanno prontamente smentito le ricostruzioni più allarmanti. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito la situazione "completamente travisata", assicurando che la Marina fornisce tutto il necessario agli equipaggi e che i militari a bordo hanno accesso ad acqua pulita, cibo e supporto psicologico. Il segretario ad interim della Marina Hung Cao ha rilasciato una dichiarazione in cui sottolinea come la Lincoln abbia "distrutto" la sua missione, con oltre 10.000 sortite aeree e 1,5 milioni di libbre di ordigni sganciati, e che i casi di problemi di salute mentale sono stati pochi e gestiti tempestivamente. Il caso, tuttavia, ha assunto una forte rilevanza politica: diversi parlamentari democratici, tra cui il senatore Richard Blumenthal, hanno chiesto ufficialmente chiarimenti all'amministrazione.

La situazione a bordo diventa così un terreno di scontro sulle reali condizioni della guerra in Iran e sul costo umano delle missioni prolungate, con l'opposizione che accusa la Casa Bianca di minimizzare i fatti per sostenere una narrazione bellica priva di crepe.

L'arrivo della USS George Washington e il rientro programmato

La sostituzione della USS Abraham Lincoln è già in corso, come confermato da funzionari americani al Wall Street Journal. La portaerei USS George Washington, reduce da una sosta in Vietnam, è diretta verso il Medio Oriente per prendere il posto della Lincoln. L'avvicendamento, secondo quanto riferito, rientra in un piano di rotazione programmato in precedenza e non sarebbe una conseguenza diretta delle polemiche sulle condizioni dell'equipaggio.

La decisione del presidente Trump di confermare il rientro della nave, pur respingendo con fermezza le critiche sulla durata della missione, pone fine a uno dei dispiegamenti più lunghi e complessi della Marina americana degli ultimi anni. Resta aperta la questione sollevata dai familiari e dai democratici: la tensione tra le esigenze operative e il benessere dei militari, un equilibrio sempre più difficile da mantenere in un contesto di conflitti prolungati e risorse messe a dura prova.

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