Sgombero del Grattacielo, la Caritas apre l’ex San Bartolo. Il Pd presenta un’interrogazione parlamentare
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Redazione Interno
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Cinquecento persone, delle quali una cinquantina di minori e molte altre legate a condizioni di fragilità pregressa o sopravvenuta, hanno lasciato le tre torri del complesso di via Felisatti: le ultime cinquanta famiglie, quelle che avevano resistito anche dopo l’ordinanza firmata dal sindaco Alan Fabbri, sono state accompagnate fuori dagli appartamenti alle sette del mattino di giovedì 12 febbraio da un dispositivo congiunto di polizia, vigili del fuoco e servizi sociali, un’operazione che il primo cittadino ha definito necessaria per porre fine a «uno stato di pericolo che gravava su molte persone» e che, nonostante la tensione palpabile – e qualche ora prima, alla vigilia, si erano levate voci di protesta e di sconforto per i quindici giorni concessi a liberare gli alloggi – si è conclusa senza veri e propri incidenti né resistenze fisiche da parte degli inquilini -2-5-8.
L’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, per il tramite della Caritas diocesana, ha tuttavia già attivato una misura di supplenza rispetto a ciò che i referenti ecclesiastici, in una nota diffusa nelle stesse ore, non esitano a definire come l’assenza di «un vero piano di emergenza» da parte delle istituzioni preposte: si tratta del comodato temporaneo di uno stabile dell’Ausl situato nell’area del complesso di San Bartolo, una struttura che verrà utilizzata per accogliere quanti – famiglie con minori, anziani, soggetti con disabilità o patologie – si trovassero nei prossimi giorni a non avere un tetto, dopo che l’Unità di Strada della stessa Caritas ha potuto constatare, nel lavoro di prossimità svolto fin dalle settimane precedenti, che molti degli evacuati sarebbero rimasti di fatto in strada o sarebbero stati costretti ad arrangiarsi con risorse personali ormai esaurite -1-6.
I percorsi differenziati di Asp e la gestione dei padri separati dalle madri
L’Azienda servizi alla persona, dal canto suo, ha proseguito per tutta la giornata la mappatura dei nuclei cosiddetti fragili, un’attività avviata già dal giorno prima su impulso del Tavolo dell’ordine pubblico e che prevede una presa in carico diretta per le madri con figli piccoli e per le persone non autosufficienti, mentre i padri – salvo i casi in cui vi sia la possibilità di alloggiare l’intero nucleo in un unico spazio – vengono instradati verso percorsi paralleli che li conducono in altre strutture ricettive limitrofe, una separazione forzata che di fatto smembra diversi nuclei familiari e che ha sollevato più di qualche perplessità tra gli operatori del settore, consapevoli del trauma aggiuntivo che comporta l’allontanamento dei padri dal contesto domestico proprio nel momento in cui si perde anche l’abitazione -1.
Chi invece non rientra nei parametri dell’emergenza certificata dai servizi sociali, ovvero coloro che non presentano particolari criticità sanitarie o che non risultano già in carico all’assistenza pubblica prima dello sgombero, è stato di fatto lasciato alla ricerca di una soluzione autonoma, con il Comune che – nella ricostruzione fornita dallo stesso sindaco Fabbri – rivendica di aver fatto la propria parte attraverso la presenza degli operatori in loco e il ringraziamento pubblico rivolto alle famiglie che, citano le dichiarazioni del primo cittadino, «con grande dignità e in silenzio, nonostante l’amarezza di lasciare la propria casa, hanno compreso le ragioni del provvedimento» -5.
L’interrogazione dei deputati dem e lo scontro istituzionale con la prefettura
Nelle stesse ore in cui le torri A e C venivano definitivamente svuotate, un gruppo di parlamentari emiliani del Partito Democratico – tra i quali Vaccari, Bakkali, Malavasi, Guerra, Merola, Gnassi e De Maria – ha depositato alla camera un’interrogazione rivolta ai ministri dell’Interno e delle Infrastrutture, nella quale si definisce inaccettabile la linea sostenuta dall’amministrazione comunale secondo cui quella del grattacielo sarebbe una «questione privata» e non, invece, un’emergenza abitativa e sociale di dimensioni rilevantissime -2-8.
L’atto parlamentare chiede un intervento urgente del governo per scongiurare quella che viene paventata come una crisi sanitaria e sociale ormai imminente, oltre che per verificare eventuali responsabilità dell’amministrazione comunale nella gestione delle fasi precedenti e successive allo sgombero; i deputati dem hanno inoltre richiamato l’attenzione sullo scontro istituzionale apertosi con la prefettura, dopo che il sindaco aveva in un primo momento redarguito il prefetto Massimo Marchesiello per aver convocato un tavolo tecnico con ventisette realtà cittadine, un confronto che secondo l’assessora alla Sicurezza Cristina Coletti non avrebbe avuto ragion d’essere, non comprendendosi – dichiarò allora – «l’oggetto del tavolo e quali siano gli interventi di supporto socio-economico richiesti» -3.
Il nodo della messa a norma e le ragioni del diniego della tolleranza
Il precipitare degli eventi, secondo quanto spiegato dallo stesso sindaco Fabbri nel corso della mattinata, sarebbe stato determinato dal venir meno di quel «requisito fondamentale richiesto dai vigili del fuoco» che fino a pochi giorni prima aveva consentito una sorta di tolleranza prolungata: l’amministratore condominiale avrebbe comunicato l’impossibilità di garantire ulteriori impegni economici per retribuire il personale addetto alla sorveglianza dei contatori, un presidio ritenuto indispensabile per scongiurare il rischio di nuovi incendi o cortocircuiti in impianti già giudicati gravemente carenti sotto il profilo della prevenzione -4-5-7.
I sopralluoghi effettuati dai pompieri nei giorni successivi al rogo dell’11 gennaio – un rogo che, partito dal vano contatori della torre B, non aveva coinvolto direttamente gli appartamenti ma aveva reso evidente l’inadeguatezza complessiva del sistema antincendio e la fatiscenza diffusa delle cantine e delle canalizzazioni elettriche – avevano già portato a certificare un quadro di «non conformità grave e diffusa», con la mancanza delle autorizzazioni previste dalla normativa, l’incompleto adeguamento strutturale e gestionale e le criticità legate all’impianto idrico, tutte circostanze che per il sindaco rendevano l’edificio «irrecuperabile» dopo decenni di proroghe e progetti mai realmente finanziati -7.




