Ferrara, via allo sgombero del Grattacielo: quasi trecento persone senza casa, la macchina dei servizi sociali è al vaglio dell’opposizione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono le sette del mattino quando giovedì 12 febbraio 2026 la comunicazione – già attesa, già temuta, già rimandata nei pensieri di chi da giorni non dorme – diventa infine operativa: gli abitanti delle torri A e C del Grattacielo di Ferrara, l’edificio che svetta davanti alla stazione e che da decenni costituisce uno degli snodi abitativi più densi della città, devono andarsene -1. Lo sgombero, disposto con ordinanza contingibile e urgente firmata dal sindaco Alan Fabbri, non è che l’epilogo di una vicenda apertasi l’11 gennaio scorso, quando nella torre B divampò un incendio ai vani contatori; un rogo che, di fatto, ha funzionato da detonatore per una situazione di precarietà strutturale e amministrativa nota da tempo, ma rimasta in sospeso -5. I sopralluoghi dei vigili del fuoco, condotti tra il 13 e il 15 gennaio, hanno certificato un quadro di non conformità diffusa: mancano le autorizzazioni antincendio, gli impianti non sono a norma, l’adeguamento normativo è fermo da anni e il condominio, gravato da una morosità pregressa che ammonta a circa 800mila euro, non ha mai avviato un serio programma di risanamento -5-8.

A fronte di questa relazione tecnica, la decisione dell’amministrazione comunale è stata netta e, sotto il profilo della tutela dell’incolumità pubblica, formalmente ineccepibile: le due torri ancora abitate – dopo che la B era già stata svuotata – sono state dichiarate inagibili nella loro totalità, comprese cantine e parti comuni, e per i residenti non è rimasta altra strada che raccogliere quanto possibile e lasciare gli alloggi. Il problema, come sempre accade in queste circostanze quando il diritto alla sicurezza collide con il diritto alla casa senza che vi sia una rete intermedia pronta ad accogliere lo shock, è che molte di queste persone non sanno dove andare. Si contano quasi trecento individui, tra i quali numerosi nuclei familiari con minori e lavoratori che quell’appartamento lo avevano acquistato – spesso dopo anni di sacrifici – e che ora si trovano nella condizione paradossale di essere proprietari di un immobile che non possono più utilizzare, e che forse non potranno riutilizzare per molto tempo -1-5.

L’assessora con delega alle Politiche Abitative, Cristina Coletti, ha più volte ribadito in queste settimane che le situazioni di fragilità sarebbero state prese in carico dai Servizi sociali; una dichiarazione che ha immediatamente sollevato la replica della capogruppo del Partito Democratico in Consiglio comunale, Anna Chiappini, la quale ha interrogato la giunta per sapere se, concretamente, per tutti i nuclei familiari vulnerabili di cui l’amministrazione è a conoscenza sia stata effettivamente trovata una sistemazione abitativa temporanea sostenibile -1-4. Domanda tanto più stringente alla luce di quanto accade negli uffici Asp di via Ripagrande, dove nei giorni immediatamente precedenti lo sgombero decine di residenti si sono recati sperando in un colloquio risolutivo e hanno invece raccolto attese, numeri telefonici richiamati a pochi metri di distanza in una sorta di balletto burocratico, e nessuna certezza -1. Solomon Aboubakar, uno dei padri di famiglia che ha esaurito le ferie per presentarsi agli sportelli, ha sintetizzato il sentire collettivo con una domanda secca: «Dove andremo domani? A dormire in un parco?» -1.

Se la macchina dell’emergenza fatica a ingranare, il nodo strutturale resta quello economico. L’assemblea condominiale convocata nei giorni scorsi all’hotel Astra ha messo in fila i numeri, e questi numeri sono impietosi: nelle casse del Grattacielo giacciono tredicimila euro, ma per riqualificare l’edificio e riportarlo ai minimi standard di sicurezza occorrono circa quattro milioni di euro -8. L’amministratore Francesco Donazzi ha provato a porre la questione in termini di millesimi e di responsabilità individuali, suggerendo di procedere con decreti ingiuntivi nei confronti dei morosi storici – una trentina di proprietari che non versano le quote da anni – e di mettere all’asta quegli alloggi per recuperare liquidità; operazione che, da sola, richiederebbe centomila euro per le sole spese legali, cifra che il condominio non ha -8. Alcuni residenti, nel tentativo di guadagnare tempo, hanno presentato ricorso al Tar di Bologna chiedendo la sospensiva dell’ordinanza, ma la strada appare in salita: il cronoprogramma dei lavori, nell’ipotesi più ottimistica, si aggira attorno ai duecentocinquanta giorni, a patto che si trovi subito mezzo milione di euro per il primo lotto, e nessuno – né il Comune, né la proprietà diffusa – sembra al momento in grado di metterlo sul piatto -8.

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