Hyundai Nexo 2026, 800 km in 5 minuti: l’idrogeno prova a mordere l’asfalto
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Redazione Economia
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Che l’idrogeno per la mobilità privata sia una questione ciclica, una sorta di mantra destinato a riemergere ogni qualvolta si iniziano a toccare i limiti fisici delle batterie, lo dimostra la cronologia stessa del dibattito: se ne parla da tempo, e se ne parlerà ancora a lungo, probabilmente finché qualcuno non avrà l’ardire — o le risorse — di costruire una rete di rifornimento degna di questo nome. Hyundai, in questo scenario fatto di scetticismo militante e di entusiasmi di nicchia, ha preso una posizione chiara: la casa coreana continua a investire sulla cella a combustibile, e l’ultima prova su strada della Nexo 2026 — il SUV fuel cell di terza generazione appena sbarcato in Italia — offre finalmente dati da prendere sul serio. Il modello dichiara 826 chilometri nel ciclo WLTP, un traguardo che nessuna elettrica a batteria, allo stato attuale, riesce a eguagliare senza ricorrere a pacchi enormi e a pesi decisamente maggiori.
Rifornimento da record e un’autonomia che cambia le abitudini
Sono pochi, in verità, i costruttori ancora convinti che l’idrogeno possa rappresentare una prospettiva credibile per l’auto di tutti i giorni. Toyota ci crede da anni con la Mirai, Honda ha fatto passi indietro e poi avanti, mentre il resto dell’industria — da Volkswagen a Tesla — ha liquidato la tecnologia come una distrazione. Eppure i numeri della Nexo, che ho guidato personalmente durante il debutto italiano, parlano chiaro: i serbatoi si ricaricano in circa cinque minuti, un tempo paragonabile a quello di un’auto a benzina, e un’autonomia di 826 chilometri (in ciclo misto) allunga di fatto l’orizzonte d’uso oltre ogni ragionevole ansia da colonnina. Una fluidità di guida, quella che si prova al volante, assolutamente simile al meglio dell’elettrico: erogazione naturale, progressione silenziosa, assenza di scatti. Dentro l’abitacolo, poi, trovi un doppio display curvo da 12,3 pollici e un bagagliaio da 510 litri, dimensioni che non hanno nulla da invidiare a un SUV termico di pari segmento.
I contro che frenano (ancora) il decollo
Ma sarebbe un articolo monco, oltre che poco onesto, limitarsi a elencare i pregi. La rete di rifornimento in Italia, lo si sa, è imbarazzante: le stazioni di idrogeno si contano sulle dita di una mano, quasi tutte concentrate al Nord, con vuoi inospitali appena si scende sotto Roma. Un’autonomia anche di mille chilometri serve a poco se tra un distributore e l’altro ci sono quattro regioni di deserto tecnologico. A ciò si aggiunga il prezzo di listino: 72.600 euro, una cifra che posiziona la Nexo in una fascia altissima, lontana da qualunque logica di diffusione di massa. Peggio ancora, i pur scenografici specchietti digitali — che sostituiscono i tradizionali retrovisori con telecamere e schermi — tradiscono una certa mancanza di profondità nel campo visivo: li guardi, ma la sensazione di distanza esatta degli oggetti non arriva mai del tutto. Un dettaglio, certo, ma per chi guida tutti i giorni è un fastidio ricorrente.
Il nodo giudiziario e la cronaca nera di un’altra energia
Non si può parlare di idrogeno, anche in un contesto automobilistico, senza sfiorare il tema degli incidenti industriali e delle inchieste che ne hanno segnato la percezione pubblica. Lo dico per dovere di cronaca, e senza enfasi inutili: in Italia e in Europa ci sono stati episodi — depositi esplosi, autobotti coinvolte in tamponamenti, fughe di gas in impianti pilota — che hanno alimentato una cautela comprensibile tra cittadini e amministrazioni. Le procure hanno aperto fascicoli per disastro colposo e omessa manutenzione, in alcuni casi archiviando per mancanza di nesso causale, in altri rinviando a giudizio tecnici e dirigenti. L’aspetto rilevante, qui, non è il dettaglio cruento (che evito volentieri), ma l’effetto concreto di quelle indagini: ritardi nelle autorizzazioni, blocchi nei bandi per le stazioni, una prudenza eccessiva che ha finito per strozzare sul nascere una filiera già fragile di suo. La Hyundai Nexo, dal canto suo, supera i crash test come qualsiasi altra vettura moderna e i suoi serbatoi sono progettati per resistere a sollecitazioni estreme. Ma la paura, si sa, viaggia più veloce dei fatti.
Una sfida reale, ma il tempo non è infinito
La guida della Nexo 2026 restituisce una sensazione netta: l’idrogeno non è più una promessa lontana, né una suggestione da laboratorio. È una tecnologia matura, con vantaggi oggettivi su autonomia e tempi di rifornimento, e con un costo ambientale — dalla produzione all’uso — che dipende in larga misura dal metodo con cui si estrae l’idrogeno stesso (verde, grigio, blu). Il problema, oggi, non è tecnico ma infrastrutturale e politico: senza una decisione europea coordinata, senza stazioni, senza incentivi mirati, la Nexo resterà un’auto bellissima e inutilizzabile per il 99% degli automobilisti. Hyundai ha fatto la sua parte: ha portato su strada un SUV a zero emissioni locali che percorre 826 km e si rifornisce in cinque minuti. Il resto, come sempre, non dipende da chi costruisce le auto.




