L’agenda di Stellantis, il risiko Ue e l’attesa per il piano di Filosa
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Redazione Economia
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Il destino industriale di Stellantis e del Lingotto si giocherà su tre decisioni chiave dell’Unione europea, destinate a influenzare competitività, investimenti e occupazione del gruppo. Il primo punto riguarda il rafforzamento della produzione interna, con l’obiettivo di portare al sessanta per cento la quota di “Made in Europe”, misura pensata per difendere la filiera continentale e limitare la dipendenza dall’estero. A questa si aggiunge il nodo della neutralità tecnologica, ovvero la possibilità di sviluppare motorizzazioni diverse — non solo l’elettrico puro — per rispondere alla domanda reale del mercato, e la revisione dei tempi di abbandono del termico, con la prospettiva di allentare la morsa del 2035. Sono questi i dossier su cui Bruxelles è chiamata a legiferare, e che incroceranno inevitabilmente le traiettorie del gruppo guidato da Antonio Filosa. Il nuovo amministratore delegato, che ha raccolto un’eredità complessa segnata da una perdita netta stimata intorno ai venti miliardi e da svalutazioni per oltre ventidue, si prepara infatti a svelare le sue carte. L’appuntamento, quello cruciale con il mercato e con gli analisti, è fissato per il ventuno maggio a Auburn Hills, nel Michigan, storica sede della Chrysler: una scelta logistica che, da sola, racconta molto del nuovo baricentro strategico voluto da Filosa.
Il peso della cura Tavares e la ricerca di ingegneri
La gestione del passato, quella di Carlos Tavares, viene oggi apertamente messa in discussione dallo stesso Filosa. L’accusa, implicita ma chiara, è quella di aver ridotto in modo eccessivo i costi, tagliando risorse umane strategiche. «Abbiamo lasciato andare ingegneri chiave nello sviluppo di prodotti innovativi», ha dichiarato l’attuale numero uno alla stampa italiana, ammettendo di fatto un errore di fondo nella pianificazione delle competenze. Una carenza, quella di figure tecniche specializzate, che il gruppo sta ora cercando di colmare in particolare in Francia, dove nel 2026 sono previste settecento nuove assunzioni di ingegneri -4. È un’inversione di rotta significativa, che segue le milleduecento assunzioni già effettuate nel 2025 nell’Esagono e che punta a ricostruire un know-how tecnico fondamentale per lo sviluppo dei modelli futuri, siano essi ibridi o elettrici. E il riferimento ai problemi di qualità, come quelli incontrati con i motori Pure Tech o con il lancio della nuova C3 — il cui sviluppo era stato in parte delocalizzato in India —, diventa il termometro di quanto la politica dell’iper-efficienza abbia lasciato il segno -4.
Il nuovo corso tra America ed Europa
Il fatto che il prossimo Investor Day si tenga oltreoceano non è un dettaglio secondario. Negli Stati Uniti, dove il gruppo ha annunciato investimenti per tredici miliardi di dollari per rilanciare i marchi Jeep, Dodge e Ram, la strategia sta già dando i primi segnali di inversione di tendenza, con le vendite in recupero nella seconda metà del 2025 -1. La filosofia di Filosa, favorita da un contesto regolatorio meno rigido sull’elettrificazione voluto dall’amministrazione Trump, punta a riallineare l’offerta ai gusti del mercato di massa: prezzi più competitivi, riduzione delle scorte e, soprattutto, maggiore flessibilità tecnologica, con piattaforme multi-energia che permettano di offrire motori termici, ibridi ed elettrici a seconda della domanda. Questo realismo, parola che lo stesso Filosa ha usato con i sindacati francesi, si scontra però con le incertezze che gravano sull’Europa e in particolare sull’Italia, dove la produzione nel 2025 è crollata a livelli paragonabili a quelli degli anni Cinquanta, con poco più di 213mila autovetture assemblate -1. Il tavolo con il governo e i sindacati, con la presidenza del Consiglio pronta a vigilare, attende risposte sul futuro degli stabilimenti, da Melfi a Pomigliano, da Cassino a Mirafiori, mentre la Francia continua a essere celebrata da Filosa come la prima fonte di profitto in Europa e la seconda a livello globale, con dodici siti produttivi e 39mila dipendenti -2-8.
I rebus industriali e l’attesa per il ventuno maggio
Nel nuovo corso voluto da Filosa, che ha sostituito Tavares nel giugno del 2025, c’è quindi la necessità di tenere insieme esigenze divergenti. Da un lato, consolidare il rilancio in Nord America, dove si gioca la partita decisiva della redditività. Dall’altro, definire un percorso credibile per l’Europa, che non può essere ridotta a semplice comprimaria. Il piano del ventuno maggio dovrà chiarire quali modelli verranno assegnati ai vari stabilimenti, come evolverà la strategia sui marchi — con voci insistenti su un possibile ridimensionamento per alcuni di essi, come Lancia, DS o Abarth -9 — e quali saranno i volumi produttivi attesi. E poi c’è la questione tecnologica: dopo che il gruppo ha dovuto svalutare per circa quattordici miliardi a causa della revisione al ribasso delle previsioni di vendita di veicoli elettrici, la strada sembra quella di un ritorno deciso all’ibrido e a una maggiore cautela sull’elettrico puro -4. Una linea che, se da un lato risponde alle richieste del mercato e degli stessi concessionari, dall’altro potrebbe aprire nuovi fronti di confronto con le istituzioni europee, specialmente in vista della revisione delle regole sugli obiettivi di riduzione delle emissioni. L’appuntamento con Filosa, insomma, servirà a capire se la nuova rotta tracciata dal management saprà coniugare la sostenibilità finanziaria con la difesa di un tessuto produttivo che, in paesi come l’Italia, attende da tempo segnali meno ambigui.




