Guerriglia alla stazione centrale di Milano, sei misure cautelari per gli scontri del corteo proPal
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Redazione Interno
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L’onda lunga della guerriglia urbana che il 22 settembre scorso aveva trasformato i dintorni della stazione Centrale di Milano in un campo di battaglia, con vetri in frantumi e agenti feriti, si è tradotta ora in un provvedimento giudiziario che la Digos ha eseguito nella mattinata. Sei giovani, tutti italiani e maggiorenni, sono destinatari di misure cautelari non detentive – tra cui l’obbligo di firma, il divieto di dimora nel comune di residenza per alcuni e il divieto di uscire nelle ore notturne per altri – emesse dal gip Giulia D’Antoni su richiesta della Procura di Milano, nelle mani del procuratore Marcello Viola e della pm Francesca Crupi. L’inchiesta, che si basa su un meticoloso lavoro di visione dei filmati e di riconoscimenti effettuati dagli investigatori, ha già portato alla denuncia di ventisette persone, tutte coinvolte a vario Titolo in quelle ore di tensione che avevano visto una frangia del corteo a sostegno della Palestina tentare ripetutamente di sfondare i cordoni delle forze dell’ordine per invadere lo scalo ferroviario, sotto lo slogan “blocchiamo tutto”.
L’assalto allo scalo e la risposta dello Stato
Le indagini, coordinate sin dalle ore successive ai disordini, hanno permesso di ricostruire nel dettaglio la dinamica di quanto accadde al termine di un corteo che, partito pacificamente da piazzale Cadorna con migliaia di persone, era degenerato una volta giunto nei pressi della stazione. Un gruppo di manifestanti, molti dei quali con il volto travisato e appartenenti, secondo quanto ricostruito, alla costellazione dell’antagonismo milanese e in particolare a frequentatori del centro sociale Lambretta, aveva iniziato a fare uso di spranghe, bastoni e quant’altro utile per infrangere le vetrate dell’ingresso principale e per bersagliare le linee di polizia schierate a protezione dell’accesso ai binari. Un’azione violenta e premeditata che causò il ferimento di una sessantina tra poliziotti e carabinieri, alcuni dei quali finirono in ospedale, e che provocò l’interruzione della circolazione ferroviaria con pesanti ricadute sui pendolari, configurando così il reato di interruzione di pubblico servizio contestato, insieme a resistenza, lesioni e porto abusivo di oggetti atti a offendere.
Le misure cautelari e il prosieguo dell’inchiesta
Per sei di questi individui, la cui pericolosità sociale è stata valutata dal giudice, sono scattate dunque le misure restrittive, seppur non detentive. Si tratta di provvedimenti che mirano a garantire che il procedimento penale possa svolgersi senza il pericolo di reiterazione del reato o di inquinamento probatorio: l’obbligo di presentarsi periodicamente alla polizia giudiziaria e il divieto di allontanarsi dalla propria abitazione durante la notte rappresentano un primo, significativo tornello giudiziario per i responsabili di quella domenica di violenza. La Procura, tuttavia, non ritiene esaurito il lavoro: per altri otto indagati, infatti, sono già stati calendarizzati gli interrogatori preventivi, un passaggio che potrebbe portare a nuove richieste di misure o a un chiarimento delle rispettive posizioni alla luce degli elementi raccolti. L’attività della Digos, che aveva già portato a cinque arresti in flagranza nei giorni immediatamente successivi ai fatti – tra cui due giovanissimi di 17 anni per i quali il Tribunale dei minori aveva disposto i domiciliari, suscitando polemiche tra i legali per la disparità di trattamento rispetto alle maggiorenni coindagate – prosegue ora nella fase degli approfondimenti.
Il contesto giudiziario di un pomeriggio di violenza
L’inchiesta madre, che coinvolge questo primo nucleo di ventisette indagati, rappresenta la risposta istituzionale a quanto accadde in un pomeriggio che lasciò la città sgomenta per l’intensità della guerriglia, paragonata a quella dei cortei No Expo di un decennio prima. L’utilizzo di strumenti offensivi come spranghe e la determinazione nel cercare lo scontro con le forze dell’ordine, in un contesto delicato come quello di una stazione ferroviaria piena di viaggiatori, avevano spinto il Viminale e la politica a chiedere la massima severità e una rapida identificazione di tutti i responsabili. La magistratura, ora, sta procedendo speditamente, setacciando i fotogrammi e incrociando i dati, per consegnare alle aule giudiziarie un quadro completo di quanto accadde sotto gli occhi delle telecamere e dei passanti impauriti.




