Torino, scontri per Askatasuna: le misure cautelari ridiscusse dopo gli arresti

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’immagine di una città, Torino, messa a ferro e fuoco da gruppi di violenti durante una manifestazione di sostegno al centro sociale Askatasuna, e quella, successiva, di un agente in servizio colpito brutalmente con martelli e bastoni, avevano suscitato una reazione d’indignazione che sembrava unanime. Il provvedimento della giudice per le indagini preliminari, Irene Giani, il quale ha sostituito il carcere con gli arresti domiciliari per uno dei fermati e con l’obbligo di firma per altri due, ha però prodotto uno scollamento netto tra l’impressione iniziale e l’evoluzione giudiziaria, riaccendendo un dibattito che travalica il singolo episodio. Le dichiarazioni politiche, seppure nette, non hanno generato quella contrapposizione frontale tra schieramenti che spesso caratterizza simili vicende, lasciando emergere invece una riflessione più aspra sul rapporto tra autorità giudiziaria e forze dell’ordine.

Le reazioni alla decisione della gip

Il commento più diretto è arrivato dal direttore Tommaso Cerno, intervenuto al Tg4, il quale ha affermato senza mezzi termini che “i violenti di Askatasuna sono stati scarcerati perché viviamo in un Paese che ci dimostra come i nemici di una certa magistratura siano l’ordine pubblico, la sicurezza e le forze dell’ordine”. Una dichiarazione che, andando oltre la cronaca, tocca un nervo scoperto del dibattito pubblico italiano, laddove Cerno ha aggiunto, a supporto della sua tesi, di possedere “un elenco ormai troppo lungo di poliziotti e carabinieri indagati perché, mentre cercavano di difendere i cittadini, hanno dovuto agire in quell’istante”. Questo punto di vista, che legge nella misura cautelare attenuata un segnale di distanza istituzionale, si è scontrato con la lettura tecnica della magistratura inquirente.

La ricostruzione giudiziaria e le accuse

La gip, nella sua ordinanza, ha valutato gli elementi raccolti nei primi giorni dall’arresto, disposto inizialmente dalla procura, ritenendo sussistenti le condizioni per misure diverse dalla custodia in carcere. Per il 34enne Matteo Campaner e il 32enne Pietro Desideri, accusati di resistenza a pubblico ufficiale, è stato disposto l’obbligo di firma giornaliera in questura; per il 22enne Angelofrancesco Simionato, invece, gli arresti domiciliari da scontare nella casa di famiglia in provincia di Grosseto. Il “teorema” accusatorio, però, come emerge dagli atti, resta saldo: la procura contesta ai tre, e ad altri, di avere partecipato a “scontri organizzati”, una qualificazione che presuppone un grado di pianificazione dell’aggressione alle forze dell’ordine. Le dichiarazioni raccolte, in cui alcuni avrebbero detto che “se avessero avuto altre armi le avrebbero usate”, contribuiscono a delineare la gravità contestata, sebbene le misure cautelari siano state modellate sulla valutazione del rischio di fuga o di inquinamento probatorio.

Il dibattito sul ruolo della magistratura

La disparità di vedute tra chi, come il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, aveva sollecitato l’ipotesi di tentato omicidio, e la decisione della gip, è divenuta il fulcro della discussione. Si è parlato, da più parti, di una “troppa distanza tra giustizia e senso comune”, una frattura percepita che alimenta sfiducia. L’episodio torinese, per molti versi emblematico, ripropone la complessità di bilanciare la necessità di una giustizia rapida e severa nei confronti di chi attacca le istituzioni e i principi, tecnici e garantisti, che regolano l’applicazione delle misure restrittive prima di una condanna definitiva. La separazione delle carriere, tra pm e gip, garantisce proprio questa doppia valutazione, ma finisce per essere letta, in casi ad alta tensione sociale, come una discrasia inspiegabile agli occhi di chi si aspetta una risposta immediata e proporzionata alla ferocia dei fatti accaduti.

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