L’Hpv resta un virus sconosciuto ai più e la prevenzione arranca tra divari territoriali e falsi miti
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Redazione Salute
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La conoscenza del papillomavirus umano, nonostante la sua diffusione capillare e il suo ruolo determinante nell’insorgenza di tumori, rimane sorprendentemente bassa tra i giovani italiani. Maria Rosaria Campitiello, capo del Dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute, ha recentemente sottolineato come una quota tutt’altro che trascurabile di ragazzi non abbia mai sentito parlare dell’Hpv, un dato che trova puntuale riscontro in uno studio pubblicato su Vaccines, il quale rivela che solo il 12,5 per cento dei giovani tra i 16 e i 30 anni possiede un livello di conoscenza elevato sulle infezioni sessualmente trasmesse, mentre per quanto riguarda specificamente l’Hpv, ben il 41,3 per cento del campione esaminato dimostra una preparazione scarsa o nulla. Questa ignoranza diffusa, lungi dall’essere un problema meramente nozionistico, si traduce in una percezione del rischio quasi inesistente: lo stesso studio quantifica la percezione del pericolo di contrarre l’Hpv con un punteggio medio di appena 2,9 su 10, un dato che prescinde persino dal livello di istruzione sanitaria individuale e che apre la strada a comportamenti sessuali potenzialmente a rischio.
Il peso della disinformazione e le barriere culturali
Se tra gli adolescenti e i giovani adulti la mancanza di nozioni è il primo ostacolo, tra i genitori il problema si declina spesso in una diffidenza attiva nei confronti della profilassi. I dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità, nell’ambito del progetto europeo Perch, dipingono un quadro preoccupante: sette genitori su dieci ritengono il vaccino anti-Hpv inutile, e otto su dieci non considerano l’infezione una patologia grave. A questo scetticismo di fondo, che pure rappresenta un freno poderoso all’adesione alle campagne vaccinali, si aggiungono timori infondati ma radicati riguardo alla sicurezza del preparato, con il 40 per cento degli intervistati che dichiara di temere effetti avversi, alimentando un’esitazione che non trova giustificazione nella letteratura scientifica. C’è poi una difficoltà di ordine logistico e informativo: il 70 per cento delle famiglie segnala problemi nel raggiungere i centri vaccinali e, fatto ancor più grave, sei su dieci ignorano che la vaccinazione sia offerta gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale.
Un’Italia spaccata in due: la forbice delle coperture
Il combinato disposto di disinformazione, ostacoli culturali e difficoltà organizzative produce un effetto a macchia di leopardo sul territorio nazionale, con differenze talmente marcate da configurare una vera e propria disuguaglianza nell’accesso alla prevenzione. Se l’obiettivo internazionale, ribadito dal presidente dell’Iss Rocco Bellantone, è vaccinare il 95 per cento dei ragazzi e delle ragazze entro il 2030, la fotografia attuale è ben lontana da quel traguardo: si passa dal 77 per cento di copertura della Lombardia al drammatico 23 per cento della Sicilia, con una media nazionale che si attesta intorno alla metà della popolazione target. È proprio il Sud a pagare il prezzo più alto, una circostanza che Campitiello attribuisce anche a una probabile carenza nella formazione degli stessi operatori sanitari e a una cronica mancanza di informazione capillare rivolta ai cittadini, lacune che impediscono di intercettare le fasce di popolazione più vulnerabili e meno raggiunte dai messaggi istituzionali. Un’esperienza pilota condotta dalla Asl di Taranto, che ha portato la somministrazione del vaccino direttamente in 29 scuole, ha dimostrato come sia possibile invertire la rotta: portando la profilassi nei luoghi di vita e di studio, la copertura tra le ragazze è balzata dal 57 al 73 per cento e tra i ragazzi dal 45 al 67,4 per cento, un modello che suggerisce come l’offerta attiva e territoriale possa colmare parte del divario.
L’infezione silenziosa che colpisce entrambi i sessi
Uno dei nodi centrali della mancata adesione alla vaccinazione risiede nell’errata percezione che l’Hpv sia un problema esclusivamente femminile, legato al solo tumore del collo dell’utero. In realtà, come spiegano gli esperti, si tratta di un’infezione estremamente comune che colpisce circa l’80 per cento delle donne e il 30 per cento degli uomini sessualmente attivi nel corso della vita, e che può determinare un aumento del rischio non solo per le neoplasie della cervice, ma anche per i tumori genitali maschili, quelli dell’ano e dell’orofaringe. In occasione della Giornata mondiale contro il Papilloma virus, celebrata il 4 marzo, diverse strutture sanitarie hanno aperto le porte alla popolazione per offrire screening e informazioni: il CRO di Aviano, ad esempio, ha messo a disposizione i propri ambulatori ginecologici per incontri gratuiti, mentre l’Ospedale Mauriziano di Torino ha avviato un programma di vaccinazione rivolto alle donne sottoposte a conizzazione per displasia cervicale, un intervento che rimuove lesioni pretumorali e per le quali la profilassi rappresenta una barriera fondamentale contro le recidive. Iniziative analoghe si sono moltiplicate su tutto il territorio, dalla Asl di Trapani, che ha organizzato un HPV Day con vaccinazioni gratuite e senza prenotazione, al Policlinico di Milano, che ha potenziato l’offerta di Pap test e Hpv test per le donne nelle fasce d’età target, a testimonianza di un impegno diffuso che però, da solo, non basta a scalfire le resistenze culturali e informative.




